giovedì 20 ottobre 2011

Terremoto a Genova e nel Levante Due forti scosse, paura in città


Avvertite negli orari di entrata dei bambini nelle scuole. L'epicentro del sisma, di magnitudo 4, è stato individuato in Val Trebbia. In alcune località dell'entroterra gli abitanti hanno abbandonato le case per timore di crolli. Evacuate alcune scuole a Santo Stefano d'Aveto, ma non si ha notizia di danni a persone o a cose



Due forti scosse di terremoto, di magnitudo 4, poco dopo le 8, a Genova e nel Levante della Liguria. Interessata soprattutto la zona compresa tra i comuni di Rezzoaglio, Santo Stefano d'Aveto e Fontanigorda; il sisma è stato avvertito anche nel Tigullio e nella fascia pedemontana, sul versante padano.

La prima scossa è stata avvertita, esattamente alle 8.10, anche da chi abita ai piani bassi delle case, replicata un minuto dopo con la stessa intensità. La rete dell'Istituto Nazionale di geofisica e vulcanologia, ha poi rilevato altri tre successivi movimenti tellurici: alle 8.16, 8.18 e 8.31 con magnitudo fra 3.4 e 2.7.

Paura in città, in particolare nelle scuole, poichè il terremoto è arrivato proprio nell'orario di entrata dei bambini. L'epicentro del sisma, di magnitudo 4.0, è stato individuato in Val Trebbia, a una profondità di 10 chilometri. Molte persone, specie nei paesi dell'entroterra, sono scappati dalle case per paura di crolli, e alcune scuole nella zona di Santo Stefano d'Aveto sono state evacuate per sicurezza. Non si ha comunque notizia di danni a persone o a cose.

Problemi, a Genova, anche per la forte Tramontana che dalla notte ha iniziato a soffiare dopo il passaggio del sistema nuvoloso atlantico che, dal punto di vista delle precipitazioni, ha interessato soprattutto l'entroterra genovese e lo Spezzino: raffiche anche di 70 chilometri orari con caduta di rami, nei punti più esposti anche alcuni cassonetti dei rifiuti sono stati rovesciati; sospesa la movimentazione dei container su alcuni moli del terminal voltrese.

lunedì 3 ottobre 2011

I Cavalieri Templari: LEGGI DIVINE DEI NUMERI,DEI PESI E DELLE MISURE


I Cavalieri Templari, si ritiene avessero rinvenuto documenti relativi alle "LEGGI DIVINE DEI NUMERI,DEI PESI E DELLE MISURE" sotto le rovine del Tempio di Salomone a Gerusalemme e li avrebbero forniti ai costruttori di cattedrali.
Le cattedrali gotiche sono dei veri e propri libri di pietra, per tramandare straordinarie conoscenze che solo poche persone iniziate a simboli ed a codici particolari, avrebbero potuto comprendere. Infatti la grandiosità, l'imponenza e tutta una serie di misteri non risolti hanno fatto diffondere attorno alle cattedrali gotiche numerose leggende legate a figure ed oggetti leggendari della storia del Cristianesimo, dai Cavalieri Templari al Santo Graal.

Furono costruite improvvisamente in Europa, intorno al 1128 (cattedrale di Sens), proprio dopo il ritorno dei Cavalieri Templari dalla Terrasanta, con una maestria costruttiva tecnica e architettonica completamente diversa dalle precedenti chiese romaniche. 



Una dopo l'altra, sorsero le cattedrali di Evreux, di Rouen, di Reims, di Amiens, di Bayeux, di Parigi, fino ad arrivare al trionfo della cattedrale di Chartres. I piani di costruzione e tutti progetti originali di esecuzione di queste cattedrali non sono mai stati trovati. Le opere murarie erano fatte con una maestria eccezionale. Per i tecnici, come gli architetti, ad esempio, possiamo vedere come i contrafforti esterni esercitano una spinta sulle pareti laterali della navata, e così facendo il peso, anziché gravare verso il basso, viene come spinto verso l'alto, e tutta la struttura appare proiettata verso il cielo. 


 Le Cattedrali inoltre sono tutte poste allo stesso modo: con l’abside rivolto verso est (cioè verso la luce), sono tutte dedicate a Notre Dame, cioè alla Vergine Maria e se unite insieme formano esattamente la costellazione della Vergine.
Inoltre vennero costruite su luoghi già considerati sacri al culto della "Grande Madre", ritenuto il culto unitario più diffuso prima del Cristianesimo; molti di questi luoghi inoltre sono dei veri e propri nodi di correnti terrestri, ovvero punti in cui l'energia terrestre è molto forte (grandi allineamenti di megaliti). Hanno pianta a croce latina: la croce "é il geroglifico alchemico del crogiuolo" (Fulcanelli), ed è nel crogiuolo che la materia prima necessaria per la Grande Opera alchemica muore, per poi rinascere trasformata in un qualcosa di più elevato.

Sono adornate da un gran numero di statue o bassorilievi raffiguranti figure altamente simboliche e simboli magici ed esoterici, che poco hanno a che vedere con la loro funzione di chiese cristiane ed hanno un particolare orientamento in modo che il fedele, entrando nell'edificio sacro, cammini verso l'Oriente, ovvero verso la Palestina, luogo di nascita del Cristianesimo.

Ciascuna cattedrale è dotata di una cripta in cui secondo alcune tradizioni sarebbero nascosti degli oggetti sacri molto importanti (ad esempio si dice che in una delle cripte della Cattedrale di Chartres sia custodita l'Arca dell'Alleanza, e che quando questa cripta sarà scoperta la cattedrale crollerà al suolo). Ma le cripte sono legate ad un altro elemento molto misterioso: le "Vergini Nere", statue o bassorilievi, che raffigurano appunto la vergine Maria, con la particolarità della carnagione scura. E' da sottolineare la relazione tra le statue di Iside, la divinità egizia corrispondente alla dea greca Gea ("la Terra"), che venivano custodite nei sotterranei dei templi egizi, con le Vergini Nere, anch'esse collegate al culto della Terra, diffuso in tutta l'Europa. La stessa Madonna sarebbe la cristianizzazione di questa figura troppo radicata nell'immaginario popolare, da poter essere estirpata del tutto. Per questo, i costruttori delle cattedrali gotiche, che anche in altri particolari (ad esempio quello di erigere le cattedrali sui luoghi sacri alla Grande Madre) si erano dimostrati legati a tale culto, avrebbero colorato in modo diverso il volto della Vergine cattolica, affinché coloro che "sapessero" avrebbero facilmente compreso di chi si trattasse realmente .

Uno dei simboli maggiormente presente nelle cattedrali è il labirinto che sta ad indicare la via che l'uomo deve percorrere per conseguire l'iniziazione. Rappresenta anche il cammino di fede: dall'esterno, seguendo un tortuoso percorso, si arriva al centro. Il labirinto della Cattedrale di Chartres ha un diametro di dodici metri e il percorso si snoda per duecento metri. I pellegrini dovevano percorrere in ginocchio il labirinto, sul pavimento del presbiterio, per andare al loro "centro".

 
Cattedrale Notre Dame de Chartres (Francia)
  Costruita dai monaci cistercensi, la Cattedrale di Notre Dame a Chartres è uno dei capolavori dell’architettura gotica. La Cattedrale è stata costruita a partire dal 1135 e terminata pochi anni prima che venisse posta la prima pietra di Castel del Monte (1240 circa).
Quindi il curioso allineamento tra Chartres, Castel del Monte e la piramide di Cheope è stato voluto da chi ha voluto erigere l’ultima di queste costruzioni. Cioè Federico II con Castel del Monte.
Ma questo vuol dire che, probabilmente l’Imperatore conosceva – grazie ai monaci cistercensi – i segreti che la grande cattedrale francese celava. Segreti che, ancora una volta, sembrano richiamare la geometria sacra ben conosciuta dagli architetti dell’Antico Egitto
E quei segreti, forse, erano stati fissati nella pietra, nel nord della Francia, alcuni secoli prima. Infatti, l’attuale cattedrale è stata eretta sul luogo dove in precedenza sorgeva un altro tempio, risalente, pare, all’800 d.C.
Ma prima di affrontare nel dettaglio le relazioni che legano Chartres alla Grande Piramide, cambiamo punto di osservazione e guardiamo la Francia del Nord dall’alto. Il nostro scetticismo di uomini del Duemila sta per scontrarsi contro una coincidenza apparentemente inspiegabile…
Se alcuni studiosi hanno cercato di vedere le cose dall’alto, altri hanno preferito concentrarsi sull’interno delle costruzioni, cogliendo alcune importanti analogie: ad esempio se a Castel del Monte, tra le altre cose, il numero 111 torna anche come perimetro in cubiti egizi del cortile interno, (per l’esattezza 111/11) lo stesso numero lo ritroviamo a Chartres sia pure in metri: la navata del tempio è lunga 74 metri (centimetro più, centimetro meno) mentre il coro, che la interrompe appunto dopo 74 metri, è lungo 37 metri. 74+37 dà, appunto 111.
Ovviamente il 111 può essere ottenuto in molti modi diversi (110 + 1; 100 + 11; 97 + 14…). Ma l’indizio che la presenza di 74 e 37 non è casuale è data dal fatto che 111: 3 dà 37 mentre 37 x 2 dà 74. Insomma, 37 e 74 sono, rispettivamente, un terzo e due terzi del numero sacro 111.
E’ poi interessante notare che sempre 37 metri è alta la volta della Cattedrale e 37 metri è profondo il cosiddetto pozzo dei "Santi Forti", posto sotto la Cattedrale.

Ma perché uomini di tanto tempo fa dovevano diventare matti a riprodurre, sotto varie forme, alcune proporzioni fisse? Perché, a livello simbolico, riprodurre forme, misure e ritmi cosmici negli edifici sacri voleva dire cercare di riprodurre in Terra e in piccolo la grande armonia celeste. Insomma, dei piccoli Microcosmi che dovevano riprodurre e rappresentare il Macrocosmo e, con esso, la perfezione di Dio.
Si è parlato di "forme", "misure" e "ritmi" e abbiamo visto attraverso l’uso di figure geometriche precise e del ricorrere di numeri e proporzioni cari alla geometria sacra. Ma ci sono anche i "ritmi" dell’universo. Come venivano rappresentati questi "ritmi"?
Ad esempio, attraverso lo sfruttamento della luce del sole in giorni precisi dell’anno. La Piramide di Cheope ha alcuni condotti che secondo alcuni sono orientati in modo tale da far entrare all’interno raggi di sole in giorni particolari. Ugualmente, l’ombra proiettata dalla Piramide in occasione del solstizio d’inverno rispetterebbe precise proporzioni.
Ugualmente le torri di Castel del Monte proiettano ombre precise in certi giorni: in occasione di quello d’autunno, a mezzo giorno, la lunghezza delle ombre corrisponde alla lunghezza del cortile interno, poi l’ombra si allunga fino ad indicare la circonferenza delle mura che anticamente circondavano il castello stesso; senza contare che in occasione del solstizio d’estate, un raggio di sole attraversa la finestra sopra il portale principale per andare a "colpire" un rettangolo posto su una parete del cortile interno.

E a Chartres? Qui, i frati cistercensi non sono stati da meno. Due esempi: il primo è nella vetrata di Sant’Apollinare, nel quale esiste un foro attraverso il quale il 21 giugno, a mezzogiorno, un raggio di sole va a colpire una mattonella metallizzata.
Ma ancora più significativo il fatto che la mandorla del rosone occidentale, rappresentante la Vergine, ad agosto sia attraversata da un raggio di sole che va a proiettarsi sulla rosa posta al centro del labirinto che è in questa cattedrale, come nelle altre cattedrali francesi chiamate a rappresentare la costellazione della Vergine.
Oggi il fenomeno si verifica verso il 20 del mese ma si è calcolato che in origine il tutto accadeva il 15 d’agosto, il giorno dedicato alla Madonna. L’attuale scarto è dovuto al progredire del moto precessionale dal Medioevo ad oggi.
Secondo alcuni ricercatori questo labirinto richiama, una volta di più, all’Antico Egitto. Infatti, ricorrerebbero in questo labirinto le complesse proporzioni che l’egittologo Schwaller de Lubicz ha individuato nei più importanti templi egizi.

Ma se anche così non fosse, questo labirinto è interessante per il fatto che il numero delle pietre pavimentali che lo compongono è uguale al numero dei numeri della gestazione e il fatto di percorrerlo rappresenta un percorso iniziatico: dall’esterno fino al centro si cresce spiritualmente fino a "nascere" a nuova vita. Non a caso questo labirinto era chiamato anche "Percorso di Gerusalemme".
Le allegorie si sprecano e hanno spesso al centro la figura della Vergine cui non a caso la cattedrale è dedicata.
Una antica cronaca riferisce che qui, in età precristiana, esisteva un tempio consacrato dai druidi celti ad una Vergine che lì avrebbe partorito. Sembra che in quel tempio fosse custodita una statua venerata dalle popolazioni celtiche. Una statua che ricordava la figura di Iside. Una figura di colore nero. E in Europa sono almeno 500 le raffigurazioni di "Madonne nere". Due di quelle madonne nere sono a Chartres.

                            

La piazza delle 99 fontane all'Aquila




Si tratta indubbiamente di un'opera originalissima ed unica nel suo genere. La sua costruzione è databile al 1272, come ci informa una lapide di chiara fattura trecentesca inserita nella parte centrale, ad opera dell'architetto aquilano Tancredi da Pentima su commissione del governatore regio. Per noi aquilani sono Le 99 cannelle, luogo magico. Diagonalmente, incassata nella terra, coronata da alberi e vigneti, si dischiude verso l'infinito nel suo spazio introverso. Immaginate un grande sito cinto da mura perimetrali, erette nel XV secolo, nei colori bianco e rosa della pietra che si sposano con l'azzurro terso del nostro cielo. Una scalinata di ciottoli vi conduce nel piazzale ai bordi del quale sorgono i vasconi in pietra sormontati da 99 mascheroni in pietra anch'essi, tutti diversi tra loro, che rappresentano uomini, donne, satiri, guerrieri ed animali che si alternano alle tipiche formelle abruzzesi scolpite in rosoni circolari a quattro foglie o a girello. Quei volti sono ora seri, ora beffardi, ora grotteschi, ora ironici : una realtà nella quale perdere la propria immaginazione.
L'originalissima forma trapezioidale ne esalta la particolarità : fu costruita per essere un lavatoio e tale rimase fino agli inizi dello scorso secolo. L'acqua, sempre gelida, anche in piena estate, fuoriesce dai mascheroni per confluire nei vasconi sottostanti in un perenne festoso gorgoglio. Circoscritti in questo luogo, comprendiamo che abbiamo varcato la soglia di un sito che è un territorio artistico, mistico e atemporale dove l'acqua coniuga ed armonizza sapientemente le volumetrie.




Con le sue 99 Cannelle essa richiamerebbe il numero dei castelli del contado che contribuirono alla fondazione della città e che edificarono ciascuno una piazza con una chiesa e una fontana. I volti sarebbero quelli dei Signori chiamati a raccolta da Federico II di Svevia. Il monumento, quindi, assurge a simbolo dello sforzo comune dei fondatori e del loro sodalizio


La misticità dell'opera, nella città dei Cistercensi, grandi conoscitori dei segreti della scienza, dell'astronomia, dell'ingegneria e dell'architettura e del loro braccio armato, i Templari, è accresciuta dal fatto che nessuno, ancora oggi, conosce la sorgente principale che alimenta la fontana. La leggenda continua narrando dell'uccisione e successiva sepoltura al centro del pavimento della fontana del Maestro Tancredi da Pentima, monaco cistercense e grande architetto,il quale fu così punito quando affermò, una volta conclusa l’opera, di poterne riprodurre delle altre.
La fontana si presta alla visione da due punti di vista differenti e meravigliosamente dissociati: il primo è quello unitario , di tipo aereo, a volo di uccello, tanto che é proprio dal di fuori della sua struttura che se ne conosce la visione compatta, il secondo è quello interno dove si entra in contatto con un centro fissato dentro lo spazio che ci permette di ruotare di 360° all'interno dell'opera. Questa possibilità di osservazione ,che mette in relazione la terra e l'aria attraverso un rimando di punti, ne definisce, come per magia ,il volume: una forma totalmente e volutamente aprospettica.

Staffarda: Cistercensi e Templari ai piedi del Monviso



Abbazia di Staffarda (sullo sfondo il Monviso)
Continua il nostro viaggio in Piemonte sulle antiche vie dei pellegrini, dei mercanti e dei templari. Guido Araldo ci conduce oggi alla scoperta delle bellezze e dei segreti dell'Abbazia di Staffarda.

Guido Araldo

L’abbazia di Staffarda: “cuore” di Cistercensi e Templari ai piedi del Monviso
Un importante sito templare è indubbiamente l’abbazia di Staffarda, fondata nel 1135 da monaci cistercensi provenienti dall’abbazia del Tiglieto, in Liguria.
Quest’opera fu favorita dalla lungimiranza del primo marchese di Saluzzo, Manfredo, che si prodigò per il recupero delle zone paludose lungo il Po con opere di bonifica. Era infatti suo desiderio favorire l’agricoltura, fonte di ricchezza per il suo marchesato.
L’abbazia sorse in un’area acquitrinosa nota come “la Staffarda”, e venne consacrata a Santa Maria, come tutte le chiese templari, salvo rare eccezioni, e come tutte le cattedrali gotiche erette da maestranze di architetti e carpentieri affiliati a corporazioni legate all’Ordine del Tempio.

Oggi questa abbazia figura tra i massimi monumenti medioevali del Piemonte.
Un tempio dello spirito ameno, addirittura incantato, situato nella fascia subalpina, di fronte al Mombracco e al Monviso, a 10 Km a nord da Saluzzo.
Si narra che alla fondazione di Staffarda si fosse interessato personalmente San Bernardo, che dette grande impulso all’ordine dei Cistercensi fondato nel 1103 a Citeaux, da san Roberto di Molesnes: molteplici, infatti, sono le somiglianze architettoniche con l’abbazia di Clarveaux, istituita appunto da San Bernardo.
I primi frati cistercensi vi s’insediarono allorché vasti possedimenti paludosi furono ceduti all’abate Guglielmo da Enrico di Brondello e da sua moglie: concessione immediatamente confermata e ampliata in seguito da Manfredo, primo marchese di Saluzzo.
La fabbrica del complesso, approvato tanto da papa Celestino II nell’anno 1144 che dall’imperatore Federico Barbarossa, ebbe inizio dalla chiesa e soltanto in seguito presero corpo gli edifici monastici (gli ambienti della foresteria, il refettorio, la sala capitolare, vari laboratori artigianali, un mulino, pozzi, forni e un ospedale) e nove grandi cascine.
L’abbazia s’inserisce, infatti, nello straordinario sviluppo dell’ordine cistercense durante il secolo XII. I Cistercensi svolsero un ruolo determinante nella geografia economica del tempo: dalle Fiandre alla Toscana, dall’Ebro all’Elba. La loro presenza costituì un indubbio sviluppo agricolo, economico e mercantile, grazie anche allo straordinario incremento demografico che caratterizzò i tre secoli successivi all’anno Mille, drasticamente interrotto dalla grande peste a metà del XIV secolo. L’ordine Cistercense verso il 1150 vantava più di 350 abbazie, raddoppiate alla fine del secolo successivo.
La stessa storia dell’abbazia di Staffarla seguì la parabola templare: cominciò infatti a decadere ineluttabilmente dopo la soppressione di quell’Ordine cavalleresco. Un luogo dove si coglie l’odore della terra per intuire il profumo del cielo: così scrisse Karl Barth.
L’abbazia presenta un impianto edilizio complesso, fortemente rimaneggiato nel corso dei secoli: ancora oggi racchiude i cascinali per la produzione agricola e si scorge la grande porta della torre d'ingresso alla cinta fortificata, ora inglobata in un’abitazione, eretta nel XIII secolo (Di queste mura è ancora nettamente visibile l’arco acuto, sovrastato da una torretta che la tradizione vuole fosse abitata da un guardiano che gestiva gli accessi attraverso una saracinesca). Va ricordato che dall’abbazia di Staffarda dipendevano grandi fattorie esterne, note come grange: tra queste sono da annoverare quelle di Lagnasco, Pomarolo (tra Savigliano e Verzuolo), della Morra in Val Bronda, di Torriana alla base del Mombracco, della Fornaca a Scarnafigi, della Carpenetta a Casalgrasso e di Dosio verso Torino.
All’interno del complesso abbaziale si possono osservare interessanti elementi dell’architettura romanica della prima metà del XII secolo e gotica dei secoli XIII-XV, con i contrafforti ad archi rampanti tardi, aggiunti nel 1840, per attribuire maggiore stabilità alla chiesa.
La facciata primitiva della chiesa presentava un tetto a due soli spioventi, senza porticato, mentre l’attuale risale al XVI secolo: son di questo periodo la parte centrale sopraelevata, l’ampio nartece con mattoni a vista, gli affreschi monocromi molto deteriorati, i cornicioni e le tre finte botti con rosone.
L'interno, del XII secolo, è di stile romanico-gotico: si presenta a pianta basilicale ed è suddivisa in tre navate che terminano con absidi semicircolari. Le colonne sono cruciformi, le volte a crociera cordonate, tranne le ultime campate prima delle absidi e bracci del transetto che sono a botte. La policromia dei bianchi, dei rossi e dei neri, accentua le articolazioni delle nervature, mentre le pareti non presentano decorazioni di rilievo, nel più puro stile cistercense, secondo i dettami di san Bernardo di Chiaravalle che voleva le chiese spoglie, prive di fronzoli, caratterizzate da una semplicità voluta e cercata, tendenti all’ascetismo.

Appoggiato a un pilastro della navata centrale, spicca un raro pulpito tardogotico.
Vi si possono ammirare raffinate sculture in legno in stile gotico fiorentino, molto simili a quelle degli stalli (risalenti, probabilmente, agli anni 1504 e 1510), che si trovavano nella stessa chiesa e che occupavano tutta la navata centrale e di cui si rilevano ancora le tracce lungo i muri. Essi servivano ai monaci ma contribuivano parimenti a dividere la chiesa del monastero da quella comunitaria dei conversi e del popolo.

Tra le opere di maggiore rilievo da segnalare:
- Il gruppo scultoreo in stile gotico-alemanno della crocifissione con San Giovanni e la Vergine, databili all’inizio del XVI secolo: il marcato allungamento dei corpi induce a pensare che le statue si trovassero al di sopra degli stalli del coro o su un altare laterale.
- Il polittico in legno scolpito e dorato, opera di Oddone Pasquale da Trinità databile tra il 1531 e il 1533. E’ articolato in sette nicchie dove sono rappresentati episodi della vita di Gesù e storie del Nuovo Testamento: gli sportelli sono dipinti tanto all’esterno quanto all’interno con scene dell’Assunzione e Incoronazione della Vergine, della Trasfigurazione e della discesa dello Spirito Santo, dell’Annunciazione e dei santi Benedetto e Bernardo, ai quali si rivolgevano i Cistercensi quali “padri fondatori”, e dell’Arcangelo Gabriele, il guardiano del Paradiso.
-L’acquasantiera, una vasca rotonda, in pietra bigia, in stile rinascimentale, coronata da fiori scolpiti, datata 1506.

Fulcro della vita monastica era il chiostro, ricostruito sui lati occidentale e settentrionale in seguito alle devastazioni subite dalla “battaglia di Staffarda” del 1690, mentre permangono originarie le colonnine del lato orientale, la cui costruzione risale all’inizio del XIII secolo. I porticati, opera di monaci architetti giunti da Oltralpe, si aprono ad arco su colonnine binate, in maniera del tutto simile al chiostro dell’abbazia di Chiaravalle Milanese, e il loro colore bianco contrasta con il rosso cupo dei mattoni degli archi sovrastanti, creando un suggestivo effetto cromatico. Sul lato sinistro del chiostro, ad angolo con la Sala Capitolare, furono sepolti i primi cinque marchesi di Saluzzo.

La Sala Capitolare, posta sul lato meridionale del chiostro, con volte a ogiva rette da colonne marmoree, comunicava a nord con la sacrestia e la biblioteca: una scala conduceva al dormitorio, ancora ammirabile nella versione trecentesca e a fianco a essa un passaggio con volte a botte immetteva all’ospedale, al camposanto e all’orto.

Il Campanile del tardo duecento, fu innalzato nonostante la regola cistercense ne sconsigliasse l'erezione,:presenta una solida punta aguzza conica poggiata su un basamento quadrato composto da quattro piani scanditi con archetti, monofore e grandi bifore nella parte superiore.

La Loggia “del grano” o “del mercato” è situata sulla piazzetta antistante l'attuale ingresso agli edifici religiosi: la sua datazione più probabile è del 1270 e attesta l’importante attività mercantile svolta dall’abbazia. Si tratta di una costruzione massiccia ma elegante, poggiante su nove solidi pilastri dalle volte a crociera e cordonature rettangolari. Nei pressi si trovava un grosso forno comune, da tempo demolito.

La Foresteria, nota come Ospizio dei Pellegrini, fu costruita presumibilmente a metà del XIII secolo: vi venivano alloggiati soltanto gli uomini, che lasciavano muli, asini e cavalli nella dirimpettaia scuderia, ora trasformata in ristorante. Si compone di due parti distinte: il dormitorio al piano superiore e il refettorio al piano terreno; quest’ultimo corrispondente a una grande sala a due navate con cinque campate, dalle volte a crociera poggianti su colonne in pietra con capitelli scolpiti e ornati da decorazioni fogliformi.
Il complesso abbaziale subì danni gravissimi il 18 agosto 1690, allorché l’area dell’abbazia fu coinvolta pesantemente nei sanguinosi combattimenti tra le truppe piemontesi del duca Vittorio Amedeo II di Savoia e le truppe francesi del re Sole, comandante dal generale Catinat.
All’inizio del XVIII secolo le parti danneggiate vennero ricostruite. Ma quando nel 1750 una bolla di papa Benedetto XIV attribuì l’abbazia di Staffarda all’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, creato dai duchi sabaudi, da secoli, ormai, i frati cistercensi non vi dimoravano più: all’epoca era una commenda, priva di una propria vita monastica.
Alla fine del secolo, con l’arrivo delle truppe napoleoniche, l’abbazia subì nuovi e gravissimi danni, come tutti i monasteri in Italia settentrionale e in Francia.

Un vanto del marchesato di Saluzzo era il buon vino Pelaverga.
Nei XVI Andrea del Castellar annotava nella sua “cronaca” nota come il Cuarneto: “Madama (la marchesa Margherita di Foix) mandava ogni anno a dito papa (Giulio II) una trentena di botalli del vino di Pagno e del Castellaro a dito papa, poiché el bon vin gli piasia”.
Quel vino era il Pelaverga e pare che in quegli anni un microclima particolarmente favorevole baciasse il marchesato: nei giardini dei castelli e delle ville sulle colline adagiate di fronte alla pianura maturavano arance e limoni, la bassa Val Bronda vantava uliveti che fornivano i ramoscelli di ulivo per la Domeniche delle Palme a tutte le chiese del Marchesato. A sua volta la Val Varaita era ricca di noci e provvedeva alla produzione dell’olio, mentre la pianura produceva in abbondanza cereali e anche riso.
La storia dell’abbazia di Staffarla segue la parabola templare: cominciò infatti a decadere ineluttabilmente dopo la soppressione dell’Ordine del Tempio.
È un luogo dove si coglie l’odore della terra per intuire il profumo del cielo: così ha scritto Karl Barth.

Il catino dell’abside, contemporaneo alla costruzione della chiesa, è dominato dal sole fiammeggiante nel cielo azzurro: un affresco caro alla simbologia templare. È noto, infatti, che san Bernardino da Siena fece proprio quel simbolo, traendolo dalla tradizione esoterica “del Tempio”.
Bianca Maria Capone annota:
“Nella ricostruzione della pianta abbaziale di Staffarda e nella visione assonometrica del complesso, come si evince in documenti del XIII secolo, si può notare una cappelletta ottagonale che sarebbe di chiara derivazione templare.
Per la verità non è strano trovare presenze templari in abbazie cistercensi: San Bernardo di Chiaravalle, promotore del “Tempio” con il concilio di Troyes, apparteneva all’Ordine di Citeaux e in Portogallo i Cavalieri del Tempio prestavano giuramento davanti ai monaci cistercensi.”
Cappelle ottagonali d’inequivocabile origine templare si possono ammirare a Tomar in Portogallo, a Segovia nella Vecchia Castiglia e lungo il cammino di San Giacomo di Compostela, soprattutto nei castelli di Eunate e Torres de Rio.
A testimoniare gli stretti rapporti tra Templari e Cistercensi basti ricordare che entrambi venivano sepolti nella nuda terra, senza cassa da morto, con lo sguardo rivolto in basso e, possibilmente, a braccia aperte.
Esistono a Staffarda due croci templari: la prima nella foresteria, scolpita in una formella posta all’intersezione dei costoloni di una delle volte a crociera; l’altra murata nella parete nord del chiostro, iscritta in un cerchio, simile a quella del convento di Las Huelvas, nella Spagna settentrionale, dov’è documentata la presenza della “Militia Christi”.
Queste croci costituiscono un reperto eccezionale, dal momento che una bolla di papa Giovanni XXII, datata 1318, e un successivo decreto pontificio del 1345, impongono la “damnatio memoriae” dell’Ordine del Tempio e la distruzione di tutti i suoi simboli nell’Italia Settentrionale.
A Staffarda i segni templari sono sotto gli occhi di tutti, all’esterno della chiesa, nel chiostro e nella foresteria.
Una lapide-stipite della finestra nella loggia (broletto) “del mercato” riporta simboli noti come “la scritta templare”, databile tra gli anni 1230 e 1240: è costituita da un rombo, antico segno “bancario”, collocato tra due misteriosi ferri di cavallo; poi altri due rombi, fiancheggiati a sinistra da un ramoscello e a destra da un cerchio simile a un fiore con due petali (dualismo templare simmetrico).



Inoltre, a breve distanza dalla loggia, ben visibile nel piazzale, si erge un monolite simile a un menhir alto circa un metro, dov’è scolpita una croce sovrastante due lettere sovrapposte: la M e la T, il monogramma di Militia Templi”.


A pochi chilometri da Staffarda, in direzione delle vicine Alpi Cozie, sorge l’abbazia gemella in cima al monte Mombracco, secondo i più classici schemi dualistici templari. In un pianoro sulla sommità del Mombracco sono ancora visibili i basamenti delle colonne dell’antico chiostro: un monastero - fortezza simile, per certi versi, alla potente abbazia di San Michele in Val Susa, più prossima alle nuvole che alla terra, o a Mont-Saint-Michel in Normandia, più appartenente al mare che alla terraferma.
Da lassù, sul Mombracco, la vista spazia a volo d’aquila sulla pianura, con Staffarda ai piedi.
Bianca Maria Capone annota che tra i ruderi dell’abside è visibile una “croce patté”, con i bracci che si allargano alle estremità, tipica dei Templari.
Una leggenda vuole che i Cavalieri dai Bianchi Mantelli effettuassero scorribande nella pianura sostante, per razziare donne e godere dei loro favori dopo averle condotte nell’abbazia in cima alla montagna. Pare che tale diceria infamante derivi dall’usanza dei Cavalieri dai Bianchi Mantelli di scortare le monache del monastero di Belmonte di Busca, nel breve periodo in cui furono proprietarie dell’abbazia del Mombracco: esattamente per dodici anni, tra il 1274 e il 1286. Anche Don Carlo Peano nel suo libro sull’abbazia di Staffarla ricorda come nel XIII secolo i Templari scortassero le monache cistercensi fino alla certosa sulla sommità del Mombracco; peraltro la strada che seguivano è stata scoperta e ripercorsa in buona parte, grazie a una serie di croci disposte lungo tutto il percorso.
Un’altra croce, ancora più interessante, è stata rinvenuta tra i ruderi dell’abside dell’abbazia sul Mombracco: quella dei “Companions”, Francs-Maçons costruttori di cattedrali. Una croce che quegli architetti e carpentieri lasciavano come traccia della loro opera. Ed è nota una stretta collaborazione tra i “Companions” e i Templari, soprattutto nel XIII secolo.

Il movimento monastico cistercense fu generato dalla necessità di una riforma nell’ambito dell’ordine dei Benedettini, per un ritorno alla regola originaria dell’ora et labora, caratterizzata da estrema semplicità e grande rigore. I monaci indossavano tonache di lana grezza, incolore che, lavata, diventava bianca. La cambiavano raramente e la indossavano anche di notte. Vivevano in semplicità, umiltà e povertà. La carne era bandita dalla loro tavola; tollerata soltanto se ammalati; e per tutto il periodo invernale, da metà settembre alla fine della Quaresima, i monaci si accontentavano di un unico pasto giornaliero.
I criteri scelti per la costruzione dell’abbazia di Staffarda sono tipici di tutti i monasteri cistercensi: una zona inselvatichita, palustre, lontana dai centri abitati; caratteristica che li trasformava in bonificatori e colonizzatori, con grande sviluppo sia dei campi di grano che dei vigneti, che accudivano con cura. Pare che tra il Po e il Mombracco esistesse un vasto lago acquitrinoso che fu prosciugato e trasformato in fertili campi grazie al lavoro dei “conversi”. La loro regola imponeva la sveglia all’una di notte, per la recita del “mattutino”. Nell’architettura delle chiese abbaziali cistercensi è presente una componente esoterica che tende all’asimmetria, palesemente contrapposta alla simmetria classica. E Staffarda non sfugge a questa regola!
La tensione verso la perfezione architettonica è vista come un atto di orgoglio verso Dio: in quella valle di lacrime che è la Gerusalemme terrestre, dominata dalla materia, dal caos, dalle ombre del peccato anche nel manufatto più importante, la casa di Dio, deve essere presente la disarmonia, l’asimmetria. Nella valle dell’Ebro vi sono stupende chiese abbaziali cistercensi dove si alternano finestre romboidali, rotonde, triangolari. Seppure la morte accomunasse Cistercensi e Templari, salvo rare eccezioni in odore di santità, venivano sepolti nella nuda terra, senza cassa da morto, con lo sguardo rivolto in basso e, possibilmente, a braccia aperte; la pietra grezza perfettamente squadrata, tipica dei Templari non apparteneva alla cultura dei Cistercensi!
Una differenziazione sicuramente voluta, risalente senza dubbio a san Bernardo..
Accadde così che poetiche chiese caratterizzate da asimmetria intrinseca si contrapposero alla simmetria delle cattedrali gotiche, orgoglio dell’Ordine del Tempio: eteree montagne di pietra protese verso il cielo, verso Dio, inneggianti alla simmetria e alla pietra perfettamente squadrata!

Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Romanziere e storico. Ha pubblicato numerosi romanzi, sia in Italia che in Francia. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta.

La divina Commedia criptata e la rivelazione ai Templari


Dante Alighieri



Nel 1318, Dante termina la Divina Commedia, nella quale allude ripetutamente ai Templari, al loro martirio e alla loro resurrezione. Ad esempio, nel Paradiso (canto XXX), Beatrice, nell’empireo, è contornata e protetta dal “convento de le bianche stole”, che non sono altro che i cavalieri del Tempio, riconoscibili per i loro favolosi mantelli bianchi contraddistinti da un croce patente rossa sulla spalla.
Sempre negli ultimi cieli del Paradiso, se Dante sceglie San Bernardo come guida (canto XXXII), è a causa degli stretti rapporti tra l’abate di Clairvaux con l’Ordine del Tempio; in effetti, nel 1128, circa dieci anni dopo la sua fondazione, questo Ordine ricevette la sua regola dal concilio di Troyes, e fu proprio Bernardo che, in qualità di segretario del concilio, ebbe l’incarico di redigerla (completandola definitivamente solo nel 1131).
Successivamente, Bernardo commentò questa regola nel trattato De laude novae militiae, nella quale espose con una magnifica eloquenza i termini della missione e dell’ideale di una cavalleria cristiana, definita “milizia di Dio”.
Ritroviamo spesso gli stessi termini negli scritti dei Fedeli d’Amore, di cui Dante era un membro eminente.Disseminando le loro opere con simboli esoterici, Dante e i Fedeli d’Amore non fanno altro che richiamare la loro affiliazione allo spirito cavalleresco dell’Ordine del Tempio, che aveva posto la sua soluzione sotto il segno dell’esoterismo, che gli avrebbe consentito d’instaurare relazioni pacifiche con i musulmani.
Sul rovescio della medaglia che rappresenta Dante è possibile leggere una strana sequenza di lettere: “F.S.K.I.P.F.T.”. Alcuni pensano che queste iniziali possano riferirsi alle sette virtù care a Pisanello: Fides, Spes, Charitas, Justitia, Prudentia, Fortitudo, Temperantia, malgrado l’anomalia tipografica relativa alla lettera “K” (l’ortografia di Charitas non può essere Karitas in latino); infatti, secondo René Guénon, queste lettere significano “Fidei Sanctae Kadosh Imperialis Principatus Frater Templarius”.
Qualificando Dante come Fratello Templare, “Santo” della “Fede”, questa medaglia non solo offre una dimostrazione aggiuntiva della stretta relazione che univa Dante ai Templari, ma sottintende anche che i Fedeli d’Amore furono senza dubbio i veri ed i soli guardiani dei valori morali e spirituali dell’Ordine del Tempio.
templare

I Cavalieri Templari, si ritiene avessero rinvenuto documenti relativi alle “Leggi divine e dei pesi oltre a quello delle misure ” dei numeri sotto le rovine del Tempio di Salomone a Gerusalemme e li avrebbero forniti ai costruttori di cattedrali.
Le cattedrali gotiche sono dei veri e propri libri di pietra, per tramandare straordinarie conoscenze che solo poche persone iniziate a simboli ed a codici particolari, avrebbero potuto comprendere. Infatti la grandiosità, l’imponenza e tutta una serie di misteri non risolti hanno fatto diffondere attorno alle cattedrali gotiche numerose leggende legate a figure ed oggetti leggendari della storia del Cristianesimo, dai Cavalieri Templari al Santo Graal.
Furono costruite improvvisamente in Europa, intorno al 1128 (cattedrale di Sens), proprio dopo il ritorno dei Cavalieri Templari dalla Terrasanta, con una maestria costruttiva tecnica e architettonica completamente diversa dalle precedenti chiese romaniche.
Una dopo l’altra, sorsero le cattedrali di Evreux, di Rouen, di Reims, di Amiens, di Bayeux, di Parigi, fino ad arrivare al trionfo della cattedrale di Chartres. I piani di costruzione e tutti progetti originali di esecuzione di queste cattedrali non sono mai stati trovati. Le opere murarie erano fatte con una maestria eccezionale.
Per i tecnici, come gli architetti, ad esempio, possiamo vedere come i contrafforti esterni esercitano una spinta sulle pareti laterali della navata, e così facendo il peso, anziché gravare verso il basso, viene come spinto verso l’alto, e tutta la struttura appare proiettata verso il cielo.
Notre Dame de Paris




Le Cattedrali inoltre sono tutte poste allo stesso modo: con l’abside rivolto verso est (cioè verso la luce), sono tutte dedicate a Notre Dame, cioè alla Vergine Maria e se unite insieme formano esattamente la costellazione della Vergine.
Inoltre vennero costruite su luoghi già considerati sacri al culto della “Grande Madre”, ritenuto il culto unitario più diffuso prima del Cristianesimo; molti di questi luoghi inoltre sono dei veri e propri nodi di correnti terrestri, ovvero punti in cui l’energia terrestre è molto forte (grandi allineamenti di megaliti).
Hanno pianta a croce latina: la croce “é il geroglifico alchemico del crogiuolo” ed è nel crogiuolo che la materia prima necessaria per la Grande Opera alchemica muore, per poi rinascere trasformata in un qualcosa di più elevato.
Sono adornate da un gran numero di statue o bassorilievi raffiguranti figure altamente simboliche e simboli magici ed esoterici, che poco hanno a che vedere con la loro funzione di chiese cristiane ed hanno un particolare orientamento in modo che il fedele, entrando nell’edificio sacro, cammini verso l’Oriente, ovvero verso la Palestina, luogo di nascita del Cristianesimo.
Ciascuna cattedrale è dotata di una cripta in cui secondo alcune tradizioni sarebbero nascosti degli oggetti

I Cavalieri del Tau


I Cavalieri del Tau



Il Sigillo dei Cavalieri del Tau
La Via Francigena, o Romea, era una delle più importanti strade del Medioevo, che ricalcando in parte le antiche vie consolari dell'Impero Romano, conduceva le genti verso una delle più importanti mete di pellegrinaggio più frequentate in Europa, insieme con il Santuario di San Giacomo di Compostella: la Basilica di San Pietro, a Roma. Da qui, essa proseguiva poi verso il Sud Italia fino a raggiungere i grandi porti della Puglia, da dove ci si imbarcava per raggiungere il luogo più santo di tutta la Cristianità: Gerusalemme. Ogni giorno le torme di pellegrini che affrontavano il duro viaggio erano esposte al pericolo dei briganti, ma anche alla fame. al freddo ed alle malattie. Per questo, soprattutto nel periodo compreso tra il X ed il XIV secolo, fiorì un gran numero di ordini di natura sia religiosa, sia laica, dediti alla salvaguardia del pellegrino. I Cavalieri Templari furono tra i più noti di questi ordini, e la loro duplice natura di monaci e di guerrieri li rendeva adatti sia per la protezione, sia per l'assistenza, ma anche gli Ospitalieri di San Giovanni avevano numerose mansioni sparse lungo tutto il tragitto per la cura dei malati.

All'inizio dell'XI sec. dal piccolo paese di Altopascio, vicino Lucca, venne fondato l'Ordine Ospitaliero dei Cavalieri del Tau, così denominato per l'adozione come emblema rappresentativo del segno del Tau, già adottato sia dall'Ordine Antoniano, sia da quello Francescano, ma anche dagli stessi Templari. Il Tau dei Cavalieri di Altopascio, che possiamo vedere raffigurato, ad esempio, sulla torre campanaria adiacente alla chiesa di San Jacopo, loro sede principale, presenta la caratteristica di avere l'estremità verticale a punta, che richiamerebbe secondo alcuni il chiodo della Passione di Cristo, secondo altri il bastone del pellegrino. Spesso, poi, soprattutto nei sigilli come quello raffigurato in alto, sotto il titolo, il Tau compare affiancato alle conchiglie che i pellegrini si procuravano lungo il Cammino di Santiago, anch'esse simboli fondamentali del pellegrinaggio.

Ad oggi non è noto con esattezza l'anno di fondazione dell'ordine, in quanto manca il documento fondamentale che ne sancisce l'istituzione; la prima attestazione ci perviene da un atto di donazione risalente al 2 agosto 1084, in cui si fa riferimento ad un ospizio ubicato «in loco et finibus ubi dicitur Teupascio». Se non come ordine, la struttura ospitaliera doveva però già essere nota nel 1080 o negli anni immediatamente successivi, se il papa Anastasio IV, in una bolla datata 1154, fa riferimento ad alcune decime concesse all'ospedale di Altopascio dal vescovo Anselmo, che sappiamo aver retto la diocesi di Lucca dal 1073 al 1081. Nulla si sa neanche sugli artefici della fondazione, che la tradizione attribuisce ad un gruppo di dodici cavalieri lucchesi: il numero dodici, però, è da intendersi come riferito simbolicamente agli Apostoli di Gesù e veniva adotatto spesso nella fondazione di chiese, ospedali ed ospizi per pellegrini. L'ospedale di Altopascio era dedicato a San Jacopo, il pellegrino per eccellenza, che fu protettore del'ordine, presto affiancato da Sant'Eligio e San Cristoforo, altre figure religiose legate ai pellegrini.

I Cavalieri del Tau osservavano la stessa Regola dei Cavalieri Gerosolimitani, che fu loro concessa ufficialmente il 5 aprile 1239 da papa Gregorio IX. Composta da 96 articoli, essa conferiva al gruppo lo status di Ordine Religioso, il che in definitiva significava l’indipendenza dagli stessi Gerosolimitani e da qualunque altro ordine. La Regola disciplinava ogni aspetto della vita dell’ordine, dalla gestione delle mansioni, alle modalità di cura e di accoglienza dei pellegrini, e forniva precise indicazioni sulla struttura organizzativa. I componenti erano suddivisi in frati laici, frati sacerdoti, diaconi, suddiaconi, chierici e frati cavalieri; inoltre fu uno dei primi ordini ad ammettere tra le sue file anche le donne, purché, ovviamente, vivessero separatamente dai frati. La loro divisa “ufficiale” era costituita da una tonaca ed un mantello di colore scuro, sui quali era cucita una croce taumata di colore bianco. I Cavalieri erano altresì autorizzati ad indossare la spada, per adempiere al compito di protezione dei pellegrini. Il Gran Maestro generale restava in carica a vita; egli veniva eletto da una commissione di dodici frati, a loro volta scelti da un comitato di tre membri distinti: il priore della chiesa, un frate cavaliere ed uno non cavaliere.

L’assistenza ai pellegrini e l’attività ospitaliera erano anch’esse fortemente regolarizzate; cure e accoglienza venivano fornite in base al censo ed alla gravità o urgenza delle necessità. A tale scopo, ogni mansione disponeva di quattro medici e di due chirurghi laici (ai religiosi, infatti, non era permesso praticare la chirurgia); essi venivano accuratamente selezionati ed erano in grado di affrontare le malattie più comuni all’epoca, come il tifo, il vaiolo ed il colera, nonché saper affrontare tutte le emergenze che potevano capitare ai viandanti, come ferite, piaghe e fratture.

L’ordine si affermò abbastanza velocemente, ottenendo in breve tempo sempre più donazioni e privilegi. Tra l’XI e il XII secolo l’Ordine possedeva già moltissime proprietà in tutta Italia, nelle zone attraversate dalla Via Francigena, ma soprattutto nella Toscana, nelle zone tra Lucca, Prato, Pistoia, Pisa e Volterra. Ben presto, però, la loro fama valicò i confini italiani: nel 1180, una Magione dell’Ordine si stabilì a Parigi, a ridosso delle mura cittadine (oggi, rue Saint-Jacques): la chiesa che ne rimane è visibile ancora oggi, e si chiama Chiesa di St. Jacques de Haut-Pas. L’Ordine ebbe filiali anche in Spagna (ad Astorga, Pamplona e Tortosa), in Germania ed in Inghilterra.

Nel XIII sec. l’Ordine dei Cavalieri del Tau aveva raggiunto l’apice del suo splendore e della sua ricchezza, dopodiché, a partire dal secolo successivo, cominciò la fase di lenta ma inesorabile decadenza. Una parte di responsabilità lo ebbe sicuramente la perdita di valenza della Via Francigena, soprattutto in concomitanza dello spostamento della sede papale ad Avignone, che provocò una riduzione dei traffici verso Roma. Il colpo decisivo, però, si ebbe a causa delle guerre intestine che scoppiarono in Toscana tra Pisa, Lucca e Firenze, che videro Altopascio, sede principale dell’Ordine, centro del teatro degli scontri. Quando, nel 1339, Firenze conquistò definitivamente il territorio altopascese, con la perdita d’importanza della Via Francigena, l’Ordine perse progressivamente la sua importanza, fino alla soppressione definitiva nel 1587, per opera di papa Sisto V. I suoi beni vennero ceduti alla Milizia di Santo Stefano che nel frattempo era stata creata nel Granducato di Toscana. 

Il Tau ad Altopascio


Il Tau

Tau dipinto da San Francesco
"Nutriva grande venerazione e affetto per il segno del TAU. Lo raccomandava spesso nel parlare e lo scriveva di propria mano sotto le lettere che inviava" (FF 1079)
Il TAU è l'ultima lettera dell'alfabeto ebraico. Esso venne adoperato con valore simbolico si dall'Antico Testamento; se ne parla già nel libro di Ezechiele: "Il Signore disse: Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme e segna un TAU sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono..."(Ez. 9,4). Esso è il segno che posto sulla fronte dei poveri di Israele, li salva dallo sterminio. Con questo stesso senso e valore se ne parla anche nell'Apocalisse (Apoc.7,2-3).
Il Tau è perciò segno di redenzione. E' segno esteriore di quella novità di vita cristiana, più interioramente segnata dal Sigillo dello Spirito Santo, dato a noi in dono il giorno del Battesimo (Ef 1,13).
Il TAU fu adottato prestissimo dai cristiani per un duplice motivo. Esso, come ultima lettera dell'alfabeto ebraico; era una profezia dell'ultimo giorno ed aveva la stessa funzione della lettera greca Omega come appare dall'Apocalisse: "Io sono l'Alfa e l'Omega il principio e la fine. A chi ha sete io darò gratuitamente dalla fonte dell'acqua della vita....Io sono l'Alfa e l'Omega, il primo e l'ultimo, il principio e la fine" (Apoc.21,6; 22,13).
La chiesa dei Santi Jacopo, Cristoforo ed Eligio
  
La Croce del Tau



Ma soprattutto i cristiani adottarono il TAU, perché la sua forma ricordava ad essi la croce, sulla quale Cristo si immolò per la salvezza del mondo.
San Francesco d'Assisi, per questi stessi motivi, faceva riferimento in tutto al Cristo, all'Ultimo; per la somiglianza che il TAU ha con la Croce, ebbe carissimo questo segno, tanto che questo occupò un posto rilevante nella sua vita come pure nei gesti. In lui il vecchio segno profetico si attualizza, si ricolora, riacquista la sua forza salvatrice ed esprime la beatitudine della povertà, elemento sostanziale della forma di vita francescana. Per questo, grande fu in Francesco l'amore e la fede in questo segno.






"Con tale sigillo, san Francesco si firmava ogni qualvolta o per necessità o per spirito di carità, inviava qualche sua lettera" (FF980); "Con esso dava inizio alle sua azioni" (FF1347).
Il TAU era quindi il segno più caro a Francesco, il suo sigillo, il segno rivelatore di una convinzione spirituale profonda che solo nella Croce di Cristo è la salvezza di ogni uomo.
Oggi, moltissimi amici di san Francesco portano il Tau come segno distintivo di riconoscimento della loro appartenenza alla famiglia o alla spiritualità francescana. Il TAU non è un feticcio, nè tantomeno un ninnolo: esso, segno concreto di una devozione cristiana, è soprattutto un impegno di vita nella sequela del Cristo povero e crocifisso.