lunedì 21 maggio 2012

Contro i suicidi per debiti la Cei invoca uno "sportello amico"


Il cardinale Angelo Bagnasco nella prolusione all'assemblea generale dei vescovi italiani difende a spada tratta l'operato del Governo Monti e non risparmia critiche ai recenti tentennamenti dei partiti di maggioranza
 
 

Il card. Bagnasco
Il cardinale Angelo Bagnasco

 
Roma, 21-05-2012
"Stupisce l'incertezza dei partiti che, dopo una fase di intelligente comprensione delle
difficoltà in cui versava il Paese, ma anche delle loro dirette responsabilità, paiono a momenti volersi come ritrarre". Il cardinale Angelo Bagnasco nella prolusione all'assemblea generale dei vescovi italiani difende a spada tratta l'operato del Governo Monti e non risparmia critiche ai recenti tentennamenti dei partiti di maggioranza.
I meriti del Governo del Presidente
"Si doveva cambiare. Si deve cambiare. Di qui l'iniziativa governativa di messa in salvo
del Paese, in grado di scongiurare il peggio", ha detto il cardinal Bagnasco. "Se parlare di declino spaventa, e forse non è neppure giusto, bisogna almeno dire che è necessaria una generale ricalibratura dell'idea del vivere personale e collettivo, riconoscendo che, ieri, qualcosa di importante ci era sfuggito o era stato sottovalutato".
Priorità
"C'è bisogno di lavoro, lavoro, lavoro", ha detto Bagnasco aprendo, in Vaticano, l'assemblea generale della Cei. "Non smetteremo di chiederlo, tanto il lavoro è connesso con la dignità delle persone e la serenità delle famiglie".
Furbizie 
"I recenti risultati elettorali non possono incentivare involuzioni del quadro della
responsabilità politica, né demagogie e furbizie, grossolane o sottili che siano. Riconoscendo le persone oneste e perbene che - indubbiamente - ci sono e operano con impegno nel quadrante politico, non si può tacere però di quanti, lasciandosi andare a pratiche corruttive, a ragione vengono oggi ritenuti alla stregua
di 'traditori della politica' ".

Lo svilimento della politica
"Il latrocinio, in questo caso, riveste una duplice gravità: in sé e per il furto di ideali che esso rappresenta", ha proseguito Bagnasco. "La politica è, invece, arte nobile e necessaria per servire la giustizia di un Paese, mentre ogni corruzione - in qualunque ambiente si consumi - è un tradimento del bene comune. Vorremmo davvero che i partiti, strumenti indispensabili alla gestione della polis, profittassero di questa stagione per produrre mutamenti strutturali, visibili e rapidi, nel loro costume politico e nella stessa offerta politica. E' la gente che aspetta di vedere dei segni concreti, immediati ed efficaci".
L'illusione europea
"Un'Europa che non diventi anche avventura culturale e spirituale non riuscirà a plasmare il sentimento di appartenenza, e non sarà mai una comunità di destino - ha detto ancora Bagnasco - Ci vuole il coraggio di un'autocritica condotta a partire dal momento in cui si abbandonò il termine comunità per quello più banale di unione, e si censurarono le radici cristiane obiettivamente storiche del Continente, ritenendola una reticenza di stile del tutto ininfluente. E' quel vuoto invece che oggi non mobilita, perché non si ha nulla per cui riconoscersi". E' l'analisi del cardinale Angelo Bagnasco nella prolusione d'apertura dell'assemblea generale della Cei, il 'parlamento' dei
vescovi italiani.
Deriva laicista
"A noi preme rilevare un certo senso di delusione che oggi circonda l'Europa, ma anche l'illusione, forse, di poter annegare o confondere le debolezze nazionali in una realtà più grande. Un calcolo miope che oggi si paga a caro prezzo. Manca una visione
di ciò che desideriamo dall'Europa, e c'è piuttosto la sensazione che abbia diritto di circolazione solo ciò che è negazione del passato e si presenta con una cifra apparentemente neutrale, illusoriamente progressista, ma chiaramente laicista".

domenica 20 maggio 2012

Terremoto in Emilia, morte dei turnisti nei capannoni accartocciati

Sotto le macerie Nicola Cavicchi, Leonardo Ansaloni, Gerardo Cesaro e Naouch Tarik che si era messo in salvo ma poi è rientrato

SANT'AGOSTINO (Ferrara) - Poteva essere una strage di fedeli se la terra avesse tremato così solo qualche ora dopo. Ricca di chiese e di campanili in parte crollati, questa landa padana di confine fra Emilia, Lombardia e Veneto, così piatta da non scorgere all'orizzonte neppure una collina, ha scritto invece la pagina più nera degli operai della notte. Ben prima che sorgesse il sole Nicola Cavicchi, Leonardo Ansaloni, Gerardo Cesaro e Naouch Tarik erano tutti al lavoro, chi a scaricare lastre di alluminio, chi alle prese con i forni delle ceramiche, chi a controllare il polistirolo. Tutti turnisti dalle 20 alle 6 del mattino, sotto i rispettivi capannoni, così movimentati e assordanti da non accorgersi della prima scossa, quella dell'una di notte. «Non l'abbiamo sentita, c'era il rumore delle presse», ha detto Ghulam Murtaza, il miracolato della Tecopress. Tutti assunti, regolari, Ansaloni e Casaro con moglie e figli da mantenere, i più giovani Cavicchi e Tarik con il sogno della famiglia. «Nicola si era fatto un mutuo e una casa e voleva sposarsi, pensava a questo» ha detto suo fratello Cristiano. «Naouch stava aspettando il ricongiungimento con sua moglie Widad, risparmiava per questo», sospirava il papà del giovane marocchino. Per questo lavoravano anche di notte, anche il sabato notte. Eppure la domanda che molti si facevano domenica mattina davanti alle macerie era quella sospetta: come mai sotto i capannoni alle quattro del mattino?
LE VITTIME

Naouch Tarik, 29 anniNaouch Tarik, 29 anni
NAOUK —Si chiamava Naouch Tarik, aveva 29 anni ed era arrivato nel 1994 in Italia da Beni Mellal, Marocco, con papà Mustafà e mamma Fatiha. Operaio da sei anni della Ursa di Bondeno, una fabbrica di polistirolo, sabato notte non ce l’ha fatta a sfuggire al crollo. Dopo essere uscito perché tremava tutto, dice un suo collega, Naouch è tornato nel capannone a riprendere qualcosa o forse a chiudere il gas. «Sostituiva il capoturno, si sarà sentito responsabile. Mi hanno detto che gli è caduto addosso qualcosa », sussurra il padre con gli occhi lucidi, mentre poco più in là la madre urla di dolore e il fratello Hassan scuote la testa. E mentre lo dice la terra sussulta forte un’altra volta, alle 15 e 18, anche se lui non ci fa più molto caso: «Naouch era importante per me», ripete. Vivono in una grande casa immersa nelle campagne modenesi di Bevilacqua. Ci sono anche le due sorelle, un cognato e un’altra ventina di persone fra cui il console del Marocco a Bologna, Driss Rochdi. Il cognato alza un po’ i toni: «Voglio capire perché la struttura non ha retto». Il console usa la diplomazia: «Un grande dispiacere, confido nelle autorità italiane». Naouch, dicono tutti, era persona allegra e sportiva. Aveva chiesto da poco la cittadinanza italiana perché voleva portare a Bevilacqua Widad, la sua giovane moglie marocchina. Rimasta vedova a 18 anni.

La fabbrica dove è morto Gerardo Cesaro, 55 anniLa fabbrica dove è morto Gerardo Cesaro, 55 anni
GERARDO —Era l’uomo del muletto, l’operaio più esperto, 55 anni, una vita nella Tecopress di Dosso, fabbrica a ciclo continuo di lamierati per macchine. E lui, alle quattro del mattino si trovava al centro del capannone con il suo mezzo a caricare lastre di alluminio. L’ultima, drammatica corsa di Gerardo Cesaro di Molinella, sposato con due figli, la racconta l’operatore pachistano delle presse, Ghulam Murtaza: «A un tratto si è mosso tutto, una cosa forte, molto forte, mi sono detto è finita e siamo scappati fuori. Gerardo era sul muletto, l’ha fermato e anche lui ha iniziato a correre. Ma era indietro. Appena siamo passati dalla porta è venuto giù tutto. Lui era vicino all’uscita ma non è riuscito a evitare le lamiere che hanno distrutto tutto, anche la mia macchina parcheggiata fuori». Murtaza ha 40 anni, una moglie, quattro figli e 1.400 euro al mese di stipendio. «Gerardo era un uomo molto bravo e molto gentile». Per la notte, che sarebbe finita alle sei, lavoravano in dieci. Fra questi anche il nigeriano Casmir Mbanoske, che il titolare dell’azienda, Sergio Dondi, ha accompagnato a casa ieri insieme con Murtaza, rimasti appiedati. Siccome nessuno dei suoi connazionali l’ha più rivisto, una decina di amici di Casmir hanno protestato fuori e dentro i cancelli della Tecopress. «Stiano tranquilli, il loro amico prima o poi si farà rivedere », hanno tentato di tranquillizzarli i carabinieri.
Nicola Cavicchi, 35 anniNicola Cavicchi, 35 anni
NICOLA —Era stata una sua piccola conquista quella del turno di giorno alla «Ceramica Sant’Agostino». Ma venerdì e sabato a Nicola Cavicchi è toccata la notte. Un piacere al collega che non poteva andare al lavoro, una fatale sostituzione. L’hanno trovato sotto una trave del reparto altoforni, crollato con la scossa delle 4 del mattino. Senza vita. «Nicola è morto sul colpo — non ha dubbi suo fratello Cristiano —. Bastava qualche metro più in là e forse si sarebbe salvato». Perito elettrotecnico, 35 anni, ferrarese di San Martino, Nicola era stato assunto come manutentore. «Aveva provato per un po’ a fare l’elettricista in proprio, ma alla fine i conti non tornavano». Il suo pallino era il calcio. Accanito tifoso del Milan, ha giocato fino allo scorso anno come difensore di fascia del San Carlo, una squadra dilettantistica locale. Altra passione, il mare. «Andava ai Lidi Ferraresi il fine settimana. Ricordo che venerdì scorso, dopo aver accettato la sostituzione, ha guardato le previsioni, ha visto due gocce sull’Adriatico e ha detto "ma sì, non mi perdo un granché"». Sognava una famiglia. «Si era fatto anche la casa, sotto la mia, pensando di sposarsi con la fidanzata ma poi gli è andata male e si sono lasciati». Domenica notte alle 4.15 Cristiano ha iniziato a chiamarlo: «Ma lui niente, niente, niente...».

Le macerie dell'altoforno dove è morto Leonardo Ansaloni, 51 anniLe macerie dell'altoforno dove è morto Leonardo Ansaloni, 51 anni
LEONARDO — Era la prima notte in fabbrica dell’operaio Leonardo Ansaloni, addetto agli altoforni. È stato sorpreso dal crollo del tetto mentre tentava la fuga con il collega Nicola Cavicchi. Entrambi dipendenti della Ceramica Sant’Agostino che con i suoi 380 addetti rappresenta il colosso industriale di questo piccolo centro nato fra i campi di grano del Ferrarese. Cinquantuno anni, originario di Bondeno, viveva a Sant’Agostino con la moglie Gloria e i loro due figli di 8 e 18 anni. Lavoro pesante il suo, conduttore dei forni ceramici, cioè cuoco delle lastre da pavimento e rivestimento che l’azienda produce e distribuisce in mezzo mondo. A differenza di Cavicchi, per il quale i primi soccorritori hanno capito subito che non c’erano margini di salvezza, Ansaloni è rimasto aggrappato alla vita per un po’. Poi, in mattinata, il cedimento. Il responsabile di stabilimento non si dà pace: «Giovanni è corso a chiamarmi dicendomi che erano rimasti sotto, ma io non riuscivo ad aiutarli». Giovanni è Giovanni Grossi che si trovava con loro nell’ala vecchia dello stabilimento ed è il miracolato della notte. Davanti agli occhi dei dirigenti rimane un immenso groviglio di legno, ferro e ceramica. C’è chi piange, chi si dispera, chi tace. «È una lama nel cuore di Sant’Agostino».
 
Andrea Pasqualetto21 maggio 2012 | 8:13

Andrea Pasqualettoè il miracolato della notte. Davanti agli occhi dei dirigenti rimane un immenso groviglio di legno, ferro e ceramica. C’è chi piange, chi si dispera, chi tace. «È una lama nel cuore di Sant’Agostino».

Andrea Pasqualetto

sabato 5 maggio 2012

VIAGGIO NELL’APOCALISSE -00- Introduzione

Pubblicata da Giuseppe Di Gesù il giorno mercoledì 9 novembre 2011 alle ore 7.57 
 

Pretendere di descrivere l’Apocalisse dell’apostolo San Giovanni non è facile, ma l’interpretarla potrebbe sembrare temerario.
Apocalisse è una parola di etimologia greca e vuol dire ‘Rivelazione’. E’ un’opera profetica, non solo nel senso proprio del termine che equivale a ‘ispirata’, ma anche nel significato più comune per cui essa ‘profetizza’ avvenimenti destinati ad avverarsi in futuro, e più in particolare i fatti determinanti della storia dell’uomo e del mondo.
Essa pertanto, con un altro termine di etimologia greca, viene dunque detta opera ‘escatologica’, cioè concernente le ‘ultime cose’ sulle sorti dell’Umanità.
Come le profezie escatologiche dell’Antico Testamento, anche l’Apocalisse parla un linguaggio simbolico e velato.
Essa – oltre a seguire un certo percorso narrativo cronologico che tuttavia non è sempre facile riconoscere nei suoi vari collegamenti ed intersecamenti – si esprime sovente con immagini dal significato allegorico.
Queste si sono prestate a diverse ed anche errate interpretazioni, influenzate non di rado dagli avvenimenti che caratterizzavano i periodi storici in cui i suoi esegeti di volta in volta si trovavano a vivere.
Nell’Apocalisse vengono descritti fatti con una simbologia e delle immagini talvolta caratteristiche delle precedenti profezie escatologiche dell’Antico Testamento, ciò non di meno – per esplicita e ribadita dichiarazione di Gesù contenuta nel suo testo - essa si riferiva ad avvenimenti contemporanei all’epoca in cui San Giovanni l’aveva scritta ma soprattutto ad eventi futuri.
Certe immagini possono fare pensare ad eventi del passato perché questi sono ‘figura’ di altri fatti simili che possono nuovamente ripetersi nel futuro, come se ci trovassimo di fronte ad una serie di corsi e ricorsi storici.
La storia insomma si ripete e, all’uomo dalla memoria corta, Dio ricorda quanto avvenuto in passato per metterlo in guardia su quanto potrebbe accadere nuovamente in futuro se egli commettesse gli stessi errori nonostante i suoi richiami paterni.
L’Apostasia e corruzione dell’Umanità che portarono al Diluvio universale sono figura della Apostasia e ‘gran tribolazione’ dell’Epoca Anticristica, e quest’ultima è a sua volta figura di un’altra situazione ancora peggiore che porterà Dio a decretare la fine della Storia dell’Umanità quando Satana si scatenerà non più attraverso l’Anticristo, ormai vinto tanto tempo prima, ma direttamente, di ‘persona’, nella Guerra di Gog e Magog per uscirne definitivamente sconfitto.
Poiché il futuro viene prospettato con immagini grandiosamente drammatiche per l’Umanità, come ad esempio la descrizione della distruzione di ‘Babilonia’, la ‘gran città’, ecco che il termine ‘apocalittico’ è diventato sinonimo di ‘catastrofico’.
Non deve stupire questo modo ‘cifrato’ che Dio utilizza talvolta nel messaggio apocalittico ed escatologico per comunicare con gli uomini.
Ci potremmo chiedere come mai, se Dio ci vuole comunicare qualcosa che concerne il nostro futuro, non lo faccia in maniera chiara ed intelleggibile da tutti.
Dio lascia infatti capire all’uomo quanto gli è sufficiente per sapere come condursi. Egli gli indica la direzione della strada da prendere, il punto cardinale, lasciandolo poi libero di seguire il percorso che egli ritiene più confacente alle sue scelte di vita.
Dio – conoscendo la nostra fragilità psicologica di esseri umani e volendo per amore la nostra serenità – ci vieta la conoscenza piena del futuro, e così facendo ci lascia privi di condizionamenti ‘esterni’ così da non menomare la nostra libertà di azione che è il punto di riferimento sulla cui base poi Egli emette i suoi giudizi.
Se Dio ci rivelasse infatti il futuro con evidenza tale da essere del tutto conoscibile e quindi con tutta evidenza ‘credibile’, le nostre scelte di vita sarebbero condizionate ‘violentemente’ da questa conoscenza anticipata, e noi non saremmo più ‘liberi’.
E’ tuttavia la libertà quella che rende la vita degna di essere vissuta. E’ nella libertà che riposa la dignità dell’uomo. E’ sempre nella libertà che l’uomo può decidere di fare il bene o il male, ed è grazie ancora alla libertà che l’uomo viene da Dio premiato o punito nell’Aldilà in base a come egli si è liberamente condotto nella vita dell’Aldiqua.
Dunque il Dio nell’Apocalisse ci avvisa, ci fa intuire, ma non ci svela tutto. Ci mette sulla strada, stimola la nostra fantasia e perspicacia, ma lascia a noi trarre le conclusioni.
Dio si rivelò ai Profeti parlando nel loro pensiero, trasmettendo loro il Suo pensiero.
Se Dio fece l'uomo a sua immagine e somiglianza - e se la somiglianza non poté consistere nel corpo, poichè Dio non ha corpo ed è puro Spirito, cioé Logos - come potè mai Dio parlare ai Profeti se non ‘comunicando’ con la loro mente ed il loro ‘spirito’ con il suo Spirito?
Ecco, Dio - Spirito, Pensiero, Volontà, Potenza - parlò ai suoi figli, ai Profeti, con il Pensiero, trasmettendo loro telepaticamente il suo pensiero.
Perchè ai Profeti? Perchè erano dei 'giusti' e perchè, sapendo Egli in anticipo che essi sarebbero stati - di proprio - dei giusti, conferì loro dei doni, in particolare il dono di saper cogliere ancora meglio la sua parola.
I giudizi di Dio sono imperscrutabili, Egli vede dove l'uomo non vede, i nostri 'perchè' per Lui non esistono, i nostri 'perchè' sono il segno della nostra incapacità di capire.
Guai se capissimo troppo. Con una comprensione 'superiore', degeneri come siamo ormai a causa delle conseguenze del Peccato originale, faremmo cose ancora più terribili di quante non ne facciamo già adesso.
Dio doveva, attraverso i profeti, trasmettere agli uomini decaduti, imbarbariti, impoveriti intellettualmente e spiritualmente, il senso della loro origine spirituale, il loro essere figli di Dio.
I Profeti dell’Antico Testamento dovevano ricordare agli uomini di essere Figli di Dio, la loro origine, la loro missione, la loro strada.
Il loro compito era mantenere accesa, almeno in una minoranza dell'umanità imbarbarita, la fiaccola - una piccola fiaccola - che illuminasse l'uomo.
E’ la voce dei profeti quella che ha sempre caratterizzato la storia giudaico-cristiana.
Una voce che si propagava e si ripeteva come un’eco da cima a valle, di vetta in vetta, per poi essere raccolta e rilanciata amplificata dal Profeta per eccellenza, Gesù Cristo, Verbo Incarnato.
Voce quest’ultima ripresa e rilanciata ancora da altri profeti successivi, anche moderni, perché nessuno potrà mai impedire a Dio di continuare a parlare agli uomini attraverso i suoi profeti.
Giovanni fu uno dei profeti successivi a Gesù Cristo, il primo e più ‘autorevole’ della serie, insieme a San Paolo.
Si dice che la Rivelazione divina, la Verità, è stata data da Gesù Cristo perfetta e completa.
Questo è vero, ma nelle ‘rivelazioni’ profetiche di cui parliamo, successive a Gesù Cristo, non si tratta di annunciare nuove Verità quanto invece di chiarire e ripetere quelle già date, perché l’uomo continua a non voler capire ed a dimenticare.
Dopo i Profeti dell’Antico Testamento, ecco dunque Giovanni, che come Aquila si libra alto nel cielo sopra tutti gli altri evangelisti.
Egli – per quanto attiene all’escatologia – chiarisce e conferma nell’Apocalisse quanto già detto da Gesù nei Vangeli (Mt 24) con riferimento ai ‘tempi ultimi’.
Giovanni, il puro per eccellenza, è anche l’autore di un Vangelo il cui Prologo appare - più che ispirato – come ‘dettato’ direttamente da Dio.
Egli era il discepolo prediletto, il più giovane e puro degli apostoli, e aveva il privilegio - unico - di poter abbandonare il capo sulla spalla di Gesù sedendogli accanto.
A Giovanni, l’apostolo dell’Amore, è stata dunque affidata da Gesù-Verbo la più importante e completa profezia escatologica sulla storia dell’Umanità.
Il Verbo-Gesù – fin dall’inizio dell’avventura cristiana, intorno all’anno cento dopo Cristo – volle farci sapere, attraverso le visioni di Giovanni ormai vegliardo, quale sarebbe stato il futuro dell’Umanità in funzione di quello che sarebbe stato il suo libero comportamento in rapporto ai precetti divini.
Salvo i casi eccezionali di intervento ‘diretto’ dall’Alto - come nel caso delle celebri profezie date dalla Madonna apparsa nel 1917 a Fatima ai tre pastorelli, comprovate dal miracolo del sole rotante al quale assistettero circa settantamila persone terrorizzate – Dio continua dunque a parlare anche oggi agli uomini attraverso i suoi profeti per chiarire, quando giunge il momento opportuno, profezie oscure e ‘sigillate’ che erano state affidate in precedenza ad altri profeti.
Se ad esempio le profezie di vari Profeti dell’Antico Testamento parlavano genericamente agli ebrei di un futuro Messia senza però precisare l’epoca in cui questi sarebbe apparso, Dio si è poi servito del Profeta Daniele (Dn 9, 24-27) – con la famosa profezia escatologica nota come quella delle ‘settanta settimane’ (di anni) – per indicare con circa cinquecento anni di anticipo i tempi precisi di futuro avveramento della venuta messianica, i tempi di Gesù appunto, affinché il popolo discendente dai Patriarchi non perdesse la speranza e soprattutto si preparasse adeguatamente alla sua venuta.
Se il popolo di Israele non lo seppe riconoscere quando il Dio-Verbo si incarnò nell’Uomo-Gesù, ciò fu dovuto alla successiva caduta spirituale del popolo ebraico e della classe sacerdotale in particolare, la cui durezza di cuore ne velò lo spirito, accecandolo e rendendo impossibile cogliere i segni dei tempi e riconoscere in Gesù il Messia vaticinato.
Dio però li aveva avvisati…, e così è anche nell’Apocalisse, dove Dio ci avvisa ma siamo poi noi che dobbiamo adeguarci nei comportamenti e saper anche cogliere i ‘segni dei tempi’.
Forse il lettore poco ‘introdotto’ non sa che da qualche decennio è fiorito in tutto il mondo ed in particolare fra i ‘laici’ uno ‘spirito di profezia’. Come mai?
La Chiesa ‘gerarchica’ e ‘docente’ attraversa notoriamente una crisi di vocazioni e di allontanamento dalla fede, come vedremo meglio in seguito.
Paolo VI già aveva esclamato – dopo il concilio Vaticano II – che, contro ogni aspettativa, pareva che il ‘fumo di Satana’ fosse entrato nella Chiesa.
L’autorità del Pontefice viene sempre di più messa in discussione. Si assiste in parte del Clero ad un generale adattamento ai ‘valori del mondo’. Non mancano gli scandali e la stessa autenticità della Genesi sulla Creazione dell’uomo da parte di Dio viene sovente messa in dubbio da teologi ‘moderni’ se non ‘modernisti’.
La fede dei ‘grandi’ della Chiesa sembra in qualche caso vacillare mettendo a rischio la fede dei piccoli.
Le vocazioni profetiche all’interno della Chiesa docente vengono non di rado soffocate dal razionalismo ormai imperante.
Persino Papa Roncalli, cioè Giovanni XXIII, aveva messo in dubbio – nonostante il miracolo del sole - le rivelazioni ‘profetiche’ dei tre pastorelli di Fatima.
Come ha scritto lo scrittore-giornalista Antonio Socci (‘Il quarto segreto di Fatima’ – pag. 207 - Rizzoli, nov. 2006), egli ‘inaugurò solennemente il Concilio Vaticano II, nell’ottobre 1962, con un discorso rimasto celebre per le sue infelici ironie sui bambini di Fatima: «A Noi sembra di dover dissentire da codesti profeti di sventura, che annunciano eventi sempre infausti, quasi che incombesse la fine del mondo».
Ben diverso atteggiamento ebbe quaranta anni dopo un altro Papa, Giovanni Paolo II, quello del ‘Totus tuus, Maria’ e delle invocazioni corali – alla sua morte - del ‘Santo subito’, devoto alla Madonna di Fatima, che ha voluto invece celebrare nel 2000 con una cerimonia di estrema solennità in mondovisione la beatificazione di codesti ‘infausti profetelli’.
Quale potrebbe allora essere l’opinione dei razionalisti ecclesiastici odierni se essi avessero il coraggio di pronunciarsi apertamente sugli ‘eventi infausti’ preconizzati nell’Apocalisse?
Ecco che allora Dio corre ai ripari e suscita ‘voci’ esterne alla Chiesa gerarchica, voci ‘laiche’, voci di ‘piccoli’, i quali a loro volta profetizzano, ricordano, ammoniscono, e parlano, parlano soprattutto dell’Apocalisse.
E’ come un tam-tam lontano che si avvicina sempre più, o meglio come un lontano brontolìo di tuono che si fa sempre più prossimo e minaccioso come a farci capire che il temporale ormai incombe e che è ora di correre al riparo.
L’errore è sempre possibile perché se Dio ispira i veri profeti, Satana riesce talvolta a deviarli quando addirittura, facendo leva sulle loro debolezze, non li trasforma addirittura in ‘propri’ profeti.
Le ‘voci’ però si susseguono, si rincorrono come echi, possono diversificarsi nei particolari ma sembrano avere tutte una stessa nota di fondo: ci stiamo avvicinando, nella storia, agli avvenimenti importanti profetizzati 2000 anni fa nell’Apocalisse.
La cosa però più straordinaria è che questa attesa escatologica non riguarda solo il mondo cattolico, ma anche quello di altri popoli di diversa religione dove è viva l’attesa di eventi ormai prossimi destinati a cambiare il corso della storia in senso drammatico ma anche positivo per il futuro.
E’ come se Dio – che è Padre di tutti gli uomini – volesse che tutti i suoi ‘figli’, non importa se appartenenti anche a religioni ‘non giuste’ o non ‘del tutto giuste’, siano in qualche modo avvertiti affinché sappiano come regolarsi.
Fra i tanti ‘portavoce’ moderni di ambiente cattolico ve ne è uno che ha avuto delle rivelazioni di importanza straordinaria anche su taluni dei passaggi più oscuri concernenti l’Apocalisse.
Maria Valtorta – come successo a tanti santi, non ultimo Padre Pio, di cui molti conoscono le vicissitudini, persecuzioni e sofferenze morali ad opera di taluni personaggi della stessa gerarchia ecclesiastica – ebbe anche lei incomprensioni da parte di persone che per mentalità o partito preso, molte volte senza conoscere neppure le sue Opere, la contrastarono giungendo al punto di far mettere quasi mezzo secolo fa all’Indice la sua Opera principale, con la descrizione della vita evangelica di Gesù, non volendo ammettere la sua ispirazione divina. (‘L’Evangelo come mi è stato rivelato’ (Ex ‘Il Poema dell’Uomo Dio’), in dieci volumi – Centro Editoriale Valtortiano).
Taluni di essi – di fronte agli innegabili contenuti eccezionali della sua opera – preferirono pensare si dovesse trattare piuttosto dell’opera di un genio o, tutt’al più, di opere ‘parapsicologiche’, di fronte alle quali – come noto – non si riescono a trovare spiegazioni scientifiche.
L’Indice è stato ormai abolito da molti anni, e – dopo decenni – la Chiesa ha anche autorizzato la lettura dell’Opera purché l’Editore non scrivesse che essa era stata ispirata da Dio (Emilio Pisani: ‘CONDANNATA MA APPROVATA’ (L’Opera di Maria Valtorta e la Chiesa), Centro Ed. Valtortiano, 2006), ma la miglior risposta sull’origine ispirata dell’Opera – oltre a quella entusiasta di numerosi e altolocati rappresentanti della Chiesa – la diede Papa Pio XII.
Conosciamo tutti la proverbiale prudenza della Chiesa nel riconoscere ufficialmente visioni, apparizioni e in genere fenomeni carismatici soprannaturali.
Quando i Padri Serviti - che assistevano giornalmente l’inferma e paralitica Maria Valtorta raccogliendone gli scritti - andarono da lui in udienza privata il 26 febbraio 1948 per perorare l’autorizzazione alla pubblicazione dell’Opera della grande mistica, il Papa – che aveva già preso conoscenza dell’Opera – diede questo consiglio lapidario: ‘Pubblicatela così come è’. (Emilio Pisani: ‘Pro e contro Maria Valtorta’ – pagg. 11 e 12 – Centro Ed. Valtortiano, 2002)
E quando gli venne anche sottoposto il testo di una Prefazione dove si parlava esplicitamente di un fenomeno soprannaturale, egli disapprovò ed aggiunse: ‘Chi legge quest’Opera capirà…!’.
Non era certo un parere del Magistero, ma il suo era certamente un parere molto autorevole.
Ho speso tredici anni della mia vita nello studio approfondito dell’Opera di questa grande mistica, che ha prodotto numerose conversioni.
Sono infatti fra coloro che – come Pio XII – credono all’origine soprannaturale delle sue visioni e rivelazioni. Chiunque si accingesse a studiare l’Opera – peraltro di agevole ed interessantissima lettura – se ne potrebbe del resto accorgere facilmente dalla sostanza spirituale e dalla elevatezza soprannaturale degli scritti.
Questo mio’ Bignami’ dell’Apocalisse terrà allora conto – specialmente con riferimento ai passi più oscuri e di difficile interpretazione - di quanto, dopo averlo per anni e anni metabolizzato, ho fatto mio dei contenuti dell’Opera di questa mistica.
In questo percorso dentro i meandri ed i misteri dell’Apocalisse seguirò comunque il seguente ordine logico:
1) Illustrazione sintetica della struttura e dei contenuti dell’Apocalisse
2) Collocazione dei suoi eventi principali nella Storia con particolare riferimento a quella moderna e contemporanea
3) Interpretazione delle simbologie anche alla luce degli avvenimenti politici del Novecento e delle più recenti rivelazioni
    profetiche
4) Proiezione nel futuro con riferimento al tempo dell’Anticristo… prossimo venturo, al suo breve regno di terrore sulla
    terra ed alla sua sconfitta

GUIDO LANDOLINA

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giovedì 26 aprile 2012

Leggi con cura la sezione nel sito: "Provocazioni di p. Alex Zanotelli"

Il marchio della bestia

Quella che segue è una parte di una meditazione sul capitolo 13 del libro dell' Apocalisse, fatta da Alex Zanotelli ad un gruppo di operatori della cooperativa "il Seme", di Bergamo.
L’idolo del mercato, l'onnipotenza del denaro
Se questo testo diventa per noi oggi Parola, se cioè come il profeta dell' Apocalisse riusciamo a leggere la realtà dalla parte di chi paga per questo sistema, dal Crocefìsso, dalla vittima dell'impero, è chiaro che per noi oggi è l'impero economico la grande bestia. Non tanto il potere politico quanto quello economico è la grande bestia che sale dal mare, con una potenzialità incredibile. È quella stessa bestia che aveva cavalcato Roma, la grande prostituta, e che ora cavalca l'impero economico. È ancora lei, che cavalca nella storia, in continuità. Questo potere economico ha stravinto, così come è detto in questo testo: aveva potere su ogni tribù, nazione e tutti la adoravano. Notate la potenza che ha questa bestia e la bestemmia: questa bestia bestemmia, perché di nuovo sente di essere Dio. Mai come oggi si è sentito il potere, l’onnipotenza del denaro. Oggi sembra che tutti si inchinino davanti a questo potere, davanti ai grandi dell'economia. Ed è ancora qui la paura del profeta dell'Apocalisse: non ha tanto paura della persecuzione e del martirio, che addirittura riescono invece a unire, a far rivivere, a mettere forza, a purificare la comunità, ma il problema è l'idolatria! Noi diventiamo patte integrante del sistema! Nelle lettere che il profeta scrive a nome del Signore alle sette comunità, alle sette Chiese (e quindi a tutta la Chiesa) parla della paura che ha, non della persecuzione, ma che le Chiese e le comunità stiano lentamente adattandosi alla cultura dominante. È lì il vero grande pericolo. Ed è il pericolo nostro, che anche noi diventiamo parte dell'idolatria dominante, dell'economia dominante e alla fine non diciamo più nulla. Ecco l'importanza di questo senso di resistenza.
Impariamo a resistere!
Sono le comunità che devono resistere, ma la resistenza si paga sempre: "Attenti! Colui che deve andare in prigionia andrà in prigionia! Colui che dovrà essere ucciso di spada, di spada sarà ucciso! Perché, guardate, in questo sta la fede e la costanza dei santi". Volete resistere? Sappiate che la resistenza implica il martirio. Il martirio non è soltanto quello fisico, ma anche e soprattutto, oggi, quello psicologico. Per esempio, in un incontro che ho avuto a Verona, fra tutta la gente che c'era, ad un certo punto si è alzata una donna e ha detto. "Questo sistema è veramente terribile... se tu fai delle scelte subito vieni aggredito. Per esempio i miei bambini, che si confrontano con gli altri bambini, sono venuti a dirmi: Mamma, perché tu sei matta? Ma nessuno fa cose del genere!" Ed è veramente così! Ricordatevi che qualunque scelta voi fate, se è controcorrente lo sentite! Per questo non chiedo a nessuno l'eroismo. Chiedo solo di fare quello che si può.
Se ognuno fa quello che può, alla fine riusciremo a costruire qualcosa di bello. Ma l’eroismo posso chiederlo solo a me, non a qualcun altro, perché anche solo le piccole cose si pagano. La resistenza, l'opposizione, la denuncia... dobbiamo metterci in testa che si pagano in mille maniere.
Ecco la prima bestia: il potere economico, che ha stravinto, che penetra dappertutto, che ci schiaccia, che produce le vittime, soprattutto al Sud. Ed ecco allora il significato della resistenza: bisogna resistere per svelare, per smascherare la bestia e lottare contro di essa.
Una religione che nasconde o che denuncia?
E la seconda bestia? Ai tempi dell'impero romano abbiamo visto che era la religione. Oggi la religione è talmente asservita al potere che non ha potere. Le Chiese non disturbano. Io sono d'accordo con quei biblisti americani che sostengono che le Chiese sono idolatre e parte integrante dell'impero. Noi in Italia non ne siamo molto lontani. Pensiamo a Hitler, a Mussolini che ha usato i Patti lateranesi, a come in questi ultimi quarant'anni il potere politico ha usato la Chiesa. Oggi non è la religione che potrebbe dare problemi. Come Roma usava i templi, i sommi sacerdoti, l'aristocrazia sacerdotale per creare l'ideologia imperante della Roma eterna, del culto imperiale, così oggi il potere economico usa i mass-media. È la televisione per noi, oggi, la seconda bestia. È con la televisione che siamo resi dei tubi digerenti. Si è stimato che un individuo mediamente trascorre tre anni della propria vita a guardare la pubblicità. Tre anni! Per forza che vengono assimilati! E con questo meccanismo passa l'ideologia. Non ci fanno vedere il grido di chi soffre e paga per il nostro modo di vivere. Il messaggio che arriva a noi è che mai siamo stati in un mondo così bello come quello di oggi... è il migliore di tutti gli imperi, mai si è vista una grandezza simile... ma di che cosa vi lamentate? Che cosa volete di più? E questo arriva a noi con la televisione in una maniera così dolce e così soave.
Questa è la bestia che ci mette nel giro, che ci illude sull'impero, che ci fa vedere una precisa immagine dell'impero quando la realtà è ben altra e non fa altro che renderci tubi digerenti. Il messaggio principale di questa seconda bestia è chiaro: consumare. Perché questo è lo scopo di tutto l'impero economico. Noi dobbiamo consumare quello che produce, senza fare domande. E la televisione è uno strumento che funziona benissimo a questo scopo.
Pensiamo poi al significato del marchio della bestia: se volete vivere in quest'impero dovete avere quel marchio, altrimenti non commerciate, non fate fortuna! Oggi il marchio è economico.
Non abbiate paura!
Alla fine il grande messaggio per noi oggi è essenzialmente uno: non abbiate paura! Non è dio questo impero! Ha un nome d’uomo! Il cuore della profezia è questo impero che sembra essere invincibile, ma è mortale! È la statua che ha i piedi di argilla. Come per Daniele, è sufficiente un nulla, un sassolino che rotola via spontaneamente (evidentemente è sospinto da Dio) andando a toccare i piedi della statua... e questo immenso impero di oro crolla. Ecco da dove nasce la speranza: non abbiate paura, Dio è Dio, Babilonia è caduta. Ci sono voluti trecento anni prima che Roma cadesse, ma per il profeta era già caduta, non bisognava averne paura, bisognava resistere. Il timore del profeta è che le comunità si adattino alla cultura dominante e finiscano per tacere. I cristiani, invece, non sono chiamati ad essere il termometro della società, ma il termostato. Ed è questo che hanno fatto le prime comunità. Alla fine hanno fatto crollare l'impero con la loro resistenza.
La speranza nasce dalla parola
Anche per noi oggi c'è questo invito alla speranza. Se c'è una cosa di cui dobbiamo avere paura è di aver paura. La speranza nasce dalla Parola. La Parola diventa liberante al massimo, ci fa leggere, ci dà forza.
Io vi ho dato la chiave di volta per leggere, ma ora sta a voi. Nella comunità ognuno deve chiedersi come sta vivendo e sperimentando la bestia, come può resistere la comunità.
Il mio personale invito è quello di costruire piccole comunità cristiane. Non si può resistere senza una comunità che abbia al suo centro la Parola che è quella leva che Archimede chiedeva per sollevare il mondo, che ci permette di guardare con altri occhi la realtà.
Dentro le comunità c'è bisogno anche degli atei che sono una ricchezza per i credenti, perché permette loro di fare un po' di sana autocritica.
Comunità per credere e per resistere
È importante che dietro ad ogni piccola iniziativa ci sia una comunità per ritrovarsi, leggere la Parola che porta all'analisi sociale (fondamentale per resistere) e alla resistenza mirata.
Non potete resistere a tutto, impegnarvi su tutti i fronti, sul nucleare, sugli immigrati, sulla pace, sul commercio, sull'informazione... è impossibile! Ogni comunità dovrebbe assumersi un impegno preciso (già questo sistema ci impegna e ci fa correre da tutte le parti) per poi connettersi con le altre comunità. Non aspettatevi nulla dall'alto, dall'alto sta arrivando solamente distruzione. È dal basso che nascerà qualche cosa di nuovo e tocca a tutti noi farla nascere. Qui sta l'importanza della Parola, dell'analisi sociale e dell'impegno in piccole comunità cristiane. Piccole comunità cristiane di dieci o quindici persone che si ritrovano una volta alla settimana o ogni quindici giorni a fare insieme questo percorso.

mercoledì 25 aprile 2012

Franco Zanotto al Moma di New York



L'Impronta Bianca & Nera di Franco Zanotto

Stessa identità di Franco Zanotto con Leonardo: l'Italia 
L'Impronta di Franco Zanotto a New York

L'Impronta: l'Identità di Franco Zanotto 
Installazione cromatica di Franco Zanotto
L'Impronta in Sala di Franco Zanotto

lunedì 16 aprile 2012

LE BEATITUDINI EVANGELICHE: Beati i poveri in spirito, perchè di essi è il Regno dei Cieli




-INTRODUZIONE-

La “beatitudine” (o felicità)  è il fine della vita umana, è ciò che più profondamente desideriamo per noi  e per gli altri.
Parlando  delle beatitudini in Matteo, possiamo dire che:
- Sono la proposta di Dio vivere in comunione con Lui, di partecipare alla vita stessa   della Trinità. Le beatitudini non sono delle cose da fare, né dei frutti di ascesi o di sforzo solo nostro. Sono la  conseguenza dell’opera dello Spirito in noi. È lo Spirito che ci può rendere miti, pacifici, puri di cuore, misericordiosi…Il nostro sforzo è nell’accogliere l’azione dello Spirito in noi, di obbedire a Dio.
Quanto la persona accoglie e segue lo Spirito che elargisce i suoi doni (fortezza, scienza, sapienza, intelletto, consiglio, pietà, timor di Dio) tanto è capace di viverele  beatitudini.
- Le beatitudini sono la vita stessa di Cristo, Lui le ha vissute. Per questo, il nostro aderire ad esse ci inserisce nella vita di Cristo, ci unisce strettamente a Lui, ci uniforma a Lui.
-  Le beatitudini non sono categorie sociali.
Per esempio: cosa significa essere poveri? È il riconoscersi nella propria realtà di creature dinanzi a Dio aprendosi alla  relazione con Lui. Significa prima di tutto sapere chi siamo; riconoscere che Dio ci ha  chiamati alla vita e ci mantiene in vita.
Sono degli atteggiamenti interiori, disposizioni della persona ad aderire a Dio.
Persone che vivono la  povertà, la mitezza,  persone che patiscono afflizione non per condizione di vita ma per fedeltà a Dio e  all’uomo.
Il Signore vuole che realmente collaboriamo con lui, dove la Sua e la nostra azione si incontrano. Collaboriamo alla “costruzione” di noi stessi. Infatti ci troviamo ad essere ciò che facciamo. Quando per   fare si intende un   operare, un lavorio interiore, espresso anche attraverso atti concreti che ci fanno  crescere in quanto costruiamo, così, in noi  “un modo di essere”.
Il premio delle beatitudini è Dio stesso: è lui la sazietà della nostra fame, la terra, la misericordia, il  Regno…: è la beatitudine, la vera felicità.

 beatitudini-il discorso della montagna


-LE BEATITUDINI EVANGELICHE-

1 Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli
Beato chi è umile, chi sente il suo nulla ma confida in Dio.
Beato chi sente la sua dipendenza completa da Dio.
Beato chi accetta il progetto di Dio su di lui.
2 Beati quelli chi sono nel pianto,  perché saranno consolati
Beato chi sa piangere sui propri errori.
Beato chi sa piangere con chi piange.
Beato chi paga, soffre e lotta contro le ingiustizie e per i mali del mondo.
3    Beati i miti, perché avranno in eredità la terra
Beato chi sceglie la mitezza, la benevolenza, la pazienza, l’umiltà.
Beato chi ha il cuore grande.
Beato chi rifiuta la violenza.
Beato chi sa perdonare.
4 Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,  perché saranno saziati
Beati coloro che hanno la brama della santità, che aspirano all’autenti­cità evangelica, che scelgono il Vangelo senza accomodamenti né attenuazioni.
Beato chi desidera ardentemente ciò che Dio desidera.
5 Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia
Beati quelli che si sforzano di essere un riflesso della bontà di Dio.
Beati quelli dal cuore grande e misericordioso verso i loro fratelli.
6 Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio
Beati quelli che hanno il cuore sincero perché possono accostarsi a Dio.
Beato chi è autentico nei pensieri e nei fatti perché è accolto da Dio.
7 Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio
Beati i costruttori di pace e di concordia perché hanno in loro qualcosa della bontà di Dio.
Beati i portatori di pace perché somigliano a Dio.
8 Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli
Beati quelli che san pagare per la loro fede.
Beato chi è fedele alla volontà di Dio ed è pronto anche a soffrire per essere fedele alla volontà di Dio.

-BEATI I POVERI IN SPIRITO,

PERCHE’ DI ESSI E’ IL REGNO DEI CIELI-

Signore, che io non accumuli tesori sulla terra, ma nel cielo (Mt 6, 19-20)
1. Gesù ha iniziato la predicazione del Regno annunciando le disposizioni spirituali necessarie per conseguirlo; la prima riguarda la povertà.
Il Signore, nella sinagoga di Cafarnao aveva già letto e applicato a sé la profezia di Isaia: « Lo Spirito del Signore è sopra di me… mi ha mandato ad annunciare ai poveri la buona novella » (Lc 4,18). Nell’Antico Testamento, i poveri non sempre erano circondati di stima e di simpatia, ma piuttosto tenuti in nessun conto, mentre le ricchezze erano stimate un segno della benedizione di Dio.
I poveri sui quali Dio si china con amore e che Gesù proclama beati, sono coloro che non solo accettano la loro condizione di diseredati, ma ne fanno un mezzo per avvicinarsi al Signore con umiltà e fiducia, attendendo unicamente da lui ogni loro bene. La Madonna appartiene alla loro schiera, anzi, come dice il Concilio, « essa primeggia fra gli umili e i poveri del Signore, i quali attendono con fiducia e ricevono da lui la salvezza » (LG 55). La semplice povertà materiale non costituisce quella disposizione interiore che Gesù vuol vedere nei suoi discepoli. Chi essendo povero, non finisce mai di lamentarsi, detesta il suo stato e forse cova odio e invidia verso i più abbienti, non è povero nello spirito. Il Signore vuole la povertà umile e contenta, come quella che S. Francesco ha scelto per sé e per i suoi figli.
2. I poveri che Gesù loda, non sono i fannulloni, gli inetti o i pigri, ma quelli che lavorando per migliorare in modo lecito la loro condizione, non sono però avidi di guadagno e di ricchezze al punto di riporre in esse il loro tesoro.  D’altra parte, quando Gesù, quasi capovolgendo le beatitudini, ha detto: «Guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione» (Lc6,24), non ha condannato i beni materiali, ma il possesso e l’uso sregolati, ingiusti che fanno naufragare il cuore dell’uomo nell’unica ansia dei beni terreni.
Gesù chiede a tutti i suoi discepoli – abbiano poco o molto – di essere « poveri nello spirito » in modo che la preoccupazione per la penuria dei mezzi o l’attaccamento alle ricchezze non diventi mai un ostacolo alla ricerca di Dio, non ritardi l’amicizia con lui.
 Gesù chiede a tutti anche una povertà più alta che è distacco dai beni morali e perfino spirituali. Chi ha pretese circa la stima e la considerazione delle creature, chi è attaccato alla propria volontà, alle proprie idee o è troppo amante della propria indipendenza, chi cerca in Dio gusti e consolazioni spirituali, non è povero nello spirito, ma ricco possessore di se stesso. « Se vuoi essere perfetto – gli dice Giovanni della Croce – vendi la tua volontà…, vieni a Cristo nella mansuetudine ed umiltà e seguilo fino al Calvario e al sepolcro.» 
PREGHIERA: O Signore, fa’ che io comprenda quale grande pace e sicurezza ha il cuore che non desidera cosa alcuna di questo mondo. Infatti se il mio cuore brama di ottenere i beni terreni, non può essere né tranquillo né sicuro, perché o cerca di avere quello che non ha o di non perdere quello che possiede e mentre nell’avversità spera la prosperità, nella prosperità teme l’avversità; è sballottato qua e là dai flutti in continua alternativa. Ma se tu, o Dio, concedi alla mia anima di attaccarsi saldamente al desiderio della patria celeste, resterà assai meno scossa dai turbamenti delle cose temporali. Fa che di fronte a tutte le agitazioni esteriori essa si rifugi in questo suo desiderio come in un ritiro segretissimo, che vi si attacchi senza smuoversi, che trascenda tutte le cose mutevoli e nella tranquillità della sua pace si trovi nel mondo e fuori del mondo.
Diacono Don Ciro Bologna