PAPA Francesco è stato eletto al soglio
petrino da pochissimi mesi ma continua a dare scandalo ogni giorno.
Per come veste, per dove abita, per quello che dice, per quello che
decide. Scandalo, ma benefico, tonificante, innovativo.
Con i
giornalisti parla poco, anzi non parla affatto, il circo mediatico non
fa per lui, non è nei suoi gusti, ma il suo dialogo con la gente è
continuo, collettivo e individuale, ascolta, domanda, risponde, arriva
nei luoghi più disparati ed ha sempre un testo da leggere tra le mani
ma subito lo butta via. Improvvisa senza sforzo alcuno a cielo aperto
o in una chiesa, in una capanna di pescatori o sulla spiaggia di
Copacabana, nel salone delle udienze o dalla “papamobile” che fende
dolcemente la folla dei fedeli.
È buono come Papa Giovanni,
affascina la gente come Wojtyla, è cresciuto tra i gesuiti, ha scelto
di chiamarsi Francesco perché vuole la Chiesa del poverello di Assisi.
Infine: è candido come una colomba ma furbo come una volpe. Tutti ne
scrivono, tutti lo guardano ammirati e tutti, presbiteri e laici,
uomini e donne, giovani e vecchi, credenti e non credenti aspettano di
vedere che cosa farà il giorno dopo.
Di politica non si occupa, non
l’ha mai fatto né in Argentina da vescovo né dal Vaticano da papa.
Criticò Videla sistematicamente, ma non per l’orribile dittatura da
lui instaurata ma perché non provvedeva ad aiutare i poveri, i deboli,
i bisognosi. Alla fine il governo, per liberarsi di quella voce
fastidiosa, mise a sua disposizione una struttura assistenziale fino a
quel momento inerte e lui abbandonò la
sua diocesi ad un vicario e
cominciò a battere tutto il paese come un missionario, ma non per
convertire bensì per aiutare, educare, infondere speranza e carità.
Due
mesi fa ha pubblicato un’enciclica sulla fede, un testo già scritto
dal suo predecessore con il quale convive senza alcun imbarazzo a poche
centinaia di metri di distanza. Ha ritoccato in pochi punti quel testo
e l’ha firmato e reso pubblico.
L’enciclica è alquanto
innovativa rispetto ad altre sullo stesso tema emesse dai suoi
predecessori. La novità sta nel fatto che non si occupa del rapporto
tra fede e ragione. Non esclude affatto che quel rapporto ci sia, ma a
lui (e a Benedetto XVI) interessa la grazia che promana dal Signore e
scende sui fedeli. La grazia coincide con la fede e la fede con la
carità, l’amore per il prossimo, che è il solo modo – attenzione: il
solo modo – di amare il Signore. Si sente il profumo intellettuale di
Agostino. Più di Agostino che di Paolo. Ma qui andiamo già nel
difficile. Si dovrebbe pensare che siano tre i Santi di riferimento
per l’attuale Vescovo di Roma (che insiste molto su questa qualifica
che accompagna e addirittura precede il titolo pontificale): Agostino,
Ignazio, Francesco.
Ma è quest’ultimo che dà al Papa che ne ha
preso il nome il connotato più evidente e da lui sottolineato in ogni
occasione. Vuole una Chiesa povera che predichi il valore della
povertà; una Chiesa militante e missionaria, una Chiesa pastorale, una
Chiesa costruita a somiglianza di un Dio misericordioso, che non
giudica ma perdona, che cerchi la pecora smarrita, che accolga il
figliol prodigo.
Certo, la Chiesa cattolica è anche
un’istituzione, ma l’istituzione, come la vede Francesco, è una
struttura di servizio, come l’intendenza di un esercito rispetto alle
truppe combattenti. L’intendenza segue, non precede. E così siano
l’istituzione, la Curia, la Segreteria di Stato, la Banca, il
Governatorato del Vaticano, le Congregazioni, i Nunzi e i Tribunali,
tutta l’immensa e immensamente complessa architettura che tiene in
piedi da duemila anni la Chiesa, Sposa di Cristo.
Questo, finora,
è stato il volto della Chiesa. La pastoralità? Certo, un bene
prezioso. La Chiesa predicante? La Chiesa missionaria? La Chiesa
povera? Certo, la vera sostanza che l’istituzione contiene come un
gioiello prezioso dentro una scatola d’acciaio.
Ma attenzione:
per duemila anni la Chiesa ha parlato, ha deciso, ha agito come
istituzione. Non c’è mai stato un papa che abbia inalberato il vessillo
della povertà, non c’è mai stato un papa che non abbia gestito il
potere, che non abbia difeso, rafforzato, amato il potere, non c’è mai
stato un papa che abbia sentito come proprio il pensiero e il
comportamento del poverello di Assisi. E non c’è mai stata, se non nei
casi di debolezza e di agitazione, una Chiesa orizzontale invece che
verticale. In duemila anni di storia la chiesa cattolica ha indetto 21
Concili ecumenici, per lo più addensati tra il III e il V secolo
dell’era cristiana e tra il IX e il XIII. Dal Concilio di Trento
passarono più di trecent’anni fino al Vaticano I preceduto dal Sillabo
e poi ne passarono ottanta fino al Vaticano II.
I Sinodi sono stati ovviamente molto più numerosi, ma tutti indetti e guidati dalla Curia e dal Papa.
Il
cardinale Martini (vedi caso anch’egli gesuita) voleva accanto al
magistero del Papa la struttura orizzontale dei Concili e dei Sinodi
dei vescovi, delle Conferenze episcopali e della pastoralità. Non fu
amato a Roma, come Bergoglio nel conclave che terminò con l’elezione di
Ratzinger.
Bergoglio ama anche lui la struttura orizzontale. La
sua missione contiene insomma due scandalose novità: la Chiesa povera
di Francesco, la Chiesa orizzontale di Martini. E una terza: un Dio
che non giudica ma perdona. Non c’è dannazione, non c’è Inferno. Forse
Purgatorio? Sicuramente pentimento come condizione per il perdono.
«Chi sono io per giudicare i gay o i divorziati che cercano Dio?»
così Bergoglio.
* * *
Vorrei però a questo punto porgli qualche
domanda. Non credo risponderà, ma qui ed oggi non sono un giornalista,
sono un non credente che è da molti anni interessato e affascinato
dalla predicazione di Gesù di Nazareth, figlio di Maria e di Giuseppe,
ebreo della stirpe di David. Ho una cultura illuminista e non cerco
Dio. Penso che Dio sia un’invenzione consolatoria e affascinate della
mente degli uomini.
Ebbene, è in questa veste che mi permetto di porre a Papa Francesco qualche domanda e di aggiungere qualche mia riflessione.
Prima
domanda: se una persona non ha fede né la cerca, ma commette quello che
per la Chiesa è un peccato, sarà perdonato dal Dio cristiano?
Seconda
domanda: il credente crede nella verità rivelata, il non credente
pensa che non esista alcun assoluto e quindi neppure una verità
assoluta, ma una serie di verità relative e soggettive. Questo modo di
pensare per la Chiesa è un errore o un peccato?
Terza domanda:
Papa Francesco ha detto durante il suo viaggio in Brasile che anche la
nostra specie perirà come tutte le cose che hanno un inizio e una fine.
Anch’io penso allo stesso modo, ma penso anche che con la scomparsa
della nostra specie scomparirà anche il pensiero capace di pensare Dio
e che quindi, quando la nostra specie scomparirà, allora scomparirà
anche Dio perché nessuno sarà più in grado di pensarlo. Il Papa ha
certamente una sua risposta a questo tema e a me piacerebbe molto
conoscerla.
Ed ora una riflessione. Credo che il Papa, che
predica la Chiesa povera, sia un miracolo che fa bene al mondo. Ma
credo anche che non ci sarà un Francesco II. Una Chiesa povera, che
bandisca il potere e smantelli gli strumenti di potere, diventerebbe
irrilevante. È accaduto con Lutero ed oggi le sette luterane sono
migliaia e continuano a moltiplicarsi. Non hanno impedito la
laicizzazione anzi ne hanno favorito l’espansione. La Chiesa cattolica,
piena di difetti e di peccati, ha resistito ed è anzi forte perché non
ha rinunciato al potere. Ai non credenti come me Francesco piace
molto, anzi moltissimo, come pure Francesco d’Assisi e Gesù di
Nazareth. Ma non credo che Gesù sarebbe diventato Cristo senza un San
Paolo.
Lunga vita a Papa Francesco.